Disciplina collettiva e minimale contributivo: IL CASO DELLE COOPERATIVE

di Sabrina Pagani, Consulente del Lavoro in Milano

 

Come noto, l’art 1, co. 1, D.l. n. 338/ 1989 convertito in L. n. 389/89 ha stabilito che “La retribuzione da assumere come base per il calcolo dei contributi di previdenza e di assistenza sociale non può essere inferiore all’importo delle retribuzioni stabilito da leggi, regolamenti, contratti collettivi, stipulati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative su base nazionale, ovvero da accordi collettivi o contratti individuali, qualora ne derivi una retribuzione di importo superiore a quello previsto dal contratto collettivo”.

L’art 2, co. 25 della L. n. 549/1995 ha successivamente chiarito che la suddetta disposizione “si interpreta nel senso che, in caso di pluralità di contratti collettivi intervenuti per la medesima categoria, la retribuzione da assumere come base per il calcolo dei contributi previdenziali ed assistenziali è quella stabilita dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro comparativamente più rappresentative nella categoria”.

Le norme richiamate sono state fonte di un significativo contenzioso giudiziale, generato soprattutto da verbali dell’Inps e dell’Inail volti al recupero di differenze contributive nei confronti di datori di lavoro che avevano applicato ai propri lavoratori dipendenti trattamenti economici da cui erano derivati versamenti contributivi inferiori rispetto a quelli che sarebbero stati effettuati in caso di applicazione dei contratti cd. “leader” della categoria (ovvero quelli dotati di maggiore rappresentatività in termini comparativi).

La nota sentenza Cass. S.U. n. 11199/2002, a cui si è allineata la successiva maggioritaria giurisprudenza di legittimità in materia (cfr. Cass., n. 12166/2019, Cass., n. 14129/2004, Cass., n. 13391/2004), ha segnato un punto fermo su detto contrasto giurisprudenziale. Con ampia analisi, in quella sede le S.U. hanno affermato il principio dell’autonomia del rapporto contributivo rispetto alle vicende dell’obbligazione retributiva, in base al quale, dopo la L. n. 389/89, occorre tenere distinte le regole per la determinazione dell’imponibile contributivo da quelle relative alla determinazione del minimale contributivo. Secondo tale posizione, infatti, l’imponibile contributivo si determina in base alle previsioni dell’art 12, L. n. 153/69, come modificato dall’art. 6 del D.lgs. n. 314/1997, e si calcola, secondo un criterio di onnicomprensività, sulla retribuzione effettivamente dovuta al lavoratore nel periodo di riferimento. Questa sarà stabilita dal contratto individuale di lavoro, anche in base al contratto collettivo eventualmente applicato al rapporto di lavoro, fermo restando il principio di giusta retribuzione di cui all’art 36 Cost. Il minimale contributivo, invece, si determina su un criterio di “retribuzione parametro” rilevante ai soli fini fissati dell’art. 1, L. n. 389/1989, alla quale va commisurata la contribuzione minima comunque dovuta.

Dunque, hanno precisato le S.U., dopo la L. n. 389/1989, alle regole sulla determinazione dell’imponibile contributivo sopra richiamate “si aggiunge il nuovo ed ulteriore criterio del , tale per cui la retribuzione dovuta in sinallagma nel rapporto di lavoro risulta rilevante (ai fini dell’obbligazione contributiva) solo se è superiore ai minimi previsti dal contratto collettivo, mentre in caso contrario non rileva e vale la misura minima determinata dal contratto collettivo (di settore)”. Il riferimento fatto dall’art 1, L. n. 389/89 ai contratti collettivi stipulati dalle confederazioni maggiormente rappresentative, chiariscono ancora le S.U., ha incidenza solo sul rapporto previdenziale, ed è fatto “senza le limitazioni derivanti dall’applicazione dei criteri di cui all’art 36 Cost., che sarebbero giustificate solo ove a detti contratti si dovesse ricorrere – con incidenza sul distinto rapporto di lavoro – ai fini della determinazione della giusta retribuzione”.

Ciò premesso, per quanto riguarda il settore delle cooperative qui di interesse, l’art 3, co. 4, D.lgs. n. 423/2001 è intervenuto in merito alla misura della contribuzione dovuta per i soci lavoratori, e ha stabilito che “a decorrere dall’1/1/2007, per la determinazione della retribuzione imponibile, ai fini del versamento dei contributi previdenziali e assistenziali, trova applicazione l’art. 1, co. 1 del citato D.l. n. 338/1989”.

Dunque, anche nel settore delle cooperative, a cui si riferisce la sentenza qui commentata, (Cass., sez. Lavoro, 9 ottobre 2020, n. 21894), trova applicazione il principio dell’autonomia del minimale contributivo rispetto a quello del minimale retributivo, che per il settore in questione è stato oggetto anche di pronuncia della Corte Costituzionale con sentenza n. 59/2013.

La Suprema Corte, con la sentenza in esame, accogliendo il ricorso promosso dall’Inps, ribadisce il principio secondo cui “l’importo della retribuzione da assumere come base di calcolo dei contributi previdenziali, a norma del D.l. 9 ottobre n. 338, art 1, convertito dalla L. 7 dicembre 1989 n. 389 (che fa riferimento al criterio del minimale contributivo, pari alla retribuzione dovuta in un determinato settore in applicazione dei contratti collettivi stipulati delle associazioni sindacali più rappresentative su base nazionale) è quello desumibile dai diversi accordi sindacali o dal contratto individuale di lavoro, quando questi prevedano un retribuzione superiore alla misura minima stabilita dal contratto collettivo nazionale, mentre solo in caso contrario la contribuzione va parametrata a quella stabilita dalla contrattazione nazionale di settore”.

La Corte pone, altresì, l’accento sul fatto che, nella fattispecie oggetto della pronuncia, non si tratta di individuare il contratto collettivo stipulato dalle associazioni sindacali più rappresentative su base nazionale quale parametro legale di calcolo del minimale contributivo, in quanto la pretesa contributiva accertata dall’Inps in sede ispettiva è fondata sul presupposto che il trattamento retributivo previsto dal Ccnl Logistica, Trasporto, Merci e Spedizioni – che è quello “di settore” in relazione all’attività a cui erano addetti i lavoratori nell’ambito del contratto di appalto – comporti una maggiore entità dell’obbligazione contributiva rispetto a quanto versato dalla cooperativa che ha invece applicato il Ccnl Terziario.

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