Danno differenziale: la legge di conversione del Decreto Crescita fa ammenda

di Antonella Rosati – Ricercatrice del Centro Studi e Ricerche

 

Luigi de Angelis affronta il tema del danno differenziale  [*]

Premessa

Il diritto del lavoro ha solo da alcuni anni indirizzato l’attenzione verso la tutela risarcitoria, attingendo all’elaborazione civilistica della risarcibilità del danno alla persona (sviluppatasi negli anni ‘80 lungo i binari della responsabilità aquiliana) in ragione del sempre maggiore valore attribuito al lavoratore quale individuo e non solo quale percettore di reddito.

Nonostante l’implicazione della persona nel rapporto di lavoro, i punti più incisivi di specificità si ritrovano essenzialmente nell’ambito del danno patrimoniale, come dimostrano la materia dei licenziamenti e la disciplina in caso di illegittima reiterazione di contratto a termine.

La vera spinta propulsiva in materia, nel nuovo secolo, avviene con l’esplosione del mobbing, richiamato per la prima volta in una nota decisione torinese del 1999[1].

Ebbene, il ricorso alla figura del mobbing – nonostante sia priva di valore legale in quanto non prevista dall’ordinamento (si è parlato di “fattispecie che non c’è[2] e di “fattispecie in cerca d’autore[3]) – ha avuto il merito di gettare luce su un fenomeno realmente esistente in ambito lavorativo e spesso lasciato in ombra[4], nonché di avere incalzato l’approfondimento sulla dignità e sulla tutela risarcitoria della persona nel rapporto di lavoro.

Ciò che invece è contemplato dall’ordinamento è la condotta lesiva di obblighi di legge che, se portatrice di danni, oltre che all’azione di adempimento e all’eccezione di inadempimento ex art. 1460 c.c. deve essere soggetta a responsabilità contrattuale, il cui angolo prospettico è in questa sede collegato alla violazione dell’art. 2087[5] c.c. che salvaguarda sia l’integrità psicofisica che la personalità morale del prestatore di lavoro.

 

La genesi del danno differenziale

La specificità del danno differenziale riguarda le conseguenze dannose di una condotta e si riallaccia al diritto della previdenza sociale attraverso una normativa di legge, l’art. 10, comma 6, D.P.R.  n. 1124/1965, laddove questa ha escluso il risarcimento del danno da infortunio sul lavoro e da malattia professionale quando non superi la somma di quanto liquidato dall’Inail.

Per molto tempo si è rimasti all’interno della tradizionale tutela risarcitoria: l’intervento economico dell’assicurazione sociale per la perdita o la diminuzione della capacità lavorativa generica, e quindi di una sofferenza patrimoniale, incideva sul pregiudizio economico collegato all’evento subito dal lavoratore secondo il brocardo della compensatio lucri cum damno.

Un’epoca aurea per l’infortunato: l’azione risarcitoria del lavoratore aveva una pienezza oggi sconosciuta nella determinazione del quantum del danno risarcibile.

Il danno biologico, secondo l’interpretazione prevalsa anche in giurisprudenza, restava completamente fuori del perimetro dell’indennizzo previdenziale e con esso rimanevano escluse anche le altre voci (allora considerate senz’altro autonome) del danno non patrimoniale, ovvero il danno morale e il danno esistenziale.

La questione del danno differenziale emerge con l’art. 13, co. 2, del D.lgs. n. 38/2000, con cui il danno biologico conquista una propria autonomia normativa e viene assicurato per le menomazioni conseguenti alle lesioni dell’integrità psicofisica pari o superiori al 6% (tramite rendita in caso di menomazioni di grado pari o superiore al 16%, altrimenti tramite indennizzo) oltre che riservare per queste ultime una quota di rendita al ristoro delle conseguenze patrimoniali.

La natura pubblicistica e solidaristica di garanzia previdenziale dell’assicurazione contro gli infortuni e le malattie professionali – volta ad assicurare una prestazione sociale calcolata secondo parametri predefiniti dal Legislatore – è profondamente diversa da quella civilistica della tutela risarcitoria, finalizzata al ristoro integrale del pregiudizio subito e, come tale, estranea ad una predeterminazione dall’alto.

In definitiva, anche alla luce di altre regole del D.P.R. n. 1124/1965, usufruiscono della garanzia previdenziale: il danno biologico permanente a partire dal 6% delle menomazioni, il danno patrimoniale alla capacità lavorativa generica a partire dal 16%, il danno patrimoniale da invalidità temporanea, il rimborso delle spese di cura e riabilitazione e la rendita superstiti.

Al di fuori delle cinque voci di danno nei termini appena indicati, tutti i rimanenti pregiudizi subiti dal lavoratore o dai suoi eredi vanno considerati danno complementare (detto anche danno differenziale qualitativo): per il biologico temporaneo, il biologico in franchigia (fino al 5%), il patrimoniale in franchigia (fino al 15%) vanno adoperate, anche nello stesso giudizio, le comuni categorie – sostanziali e probatorie – proprie del diritto civile (che sono meglio rispondenti all’esigenza di una più congrua allocazione del danno); lo stesso vale per il danno morale, i pregiudizi esistenziali, il danno tanatologico o da morte iure proprio e iure hereditatis, i quali vanno tutti considerati danni complementari che possono essere dunque pretesi soltanto nei confronti del datore, secondo le regole della responsabilità civile, integralmente e con le regole generali.

L’intervento della Legge n. 145/2018

Su questa trama articolata si è inserita a sorpresa[6] la Legge di Bilancio del 2019, sovvertendo l’intero meccanismo di calcolo (ma non quello di liquidazione).

L’operazione di novellazione è avvenuta attraverso la ripetuta interposizione all’interno del testo dell’avverbio “complessivamente”, dell’aggettivo “complessivo”, dell’espressione “a qualsiasi titolo”, sia in riferimento al risarcimento dovuto al lavoratore che alle prestazioni da rapportare ai fini del calcolo, sia per l’azione di regresso che per quella di surroga, evocando così l’anatema di Julius Hermann von Kirchmann[7], ossia “tre paroline del Legislatore, ed intere biblioteche giuridiche divengono cartaccia”.

Ciò comporta che il lavoratore danneggiato non possa cumulare quanto gli spetti per danno biologico civilisticamente quantificato con il di più ricevuto dall’Inail, ove la menomazione riportata superi il 15%, per danno da invalidità permanente, essendo entrambi compresi tra i pregiudizi oggetto d’ indennizzo.

Ne deriva una contrazione dell’entità del ristoro che il lavoratore può ricevere a seguito di infortunio o malattia professionale illeciti rispetto a quanto riconosciuto in precedenza.

In proposito vale la pena di evidenziare che in sostanza con la modifica viene ad intaccarsi la presunzione assoluta riguardante il danno patrimoniale per menomazione superiore al 15%, ma non la possibilità per il danneggiato di allegare e provare tale danno[8] (come può allegare e provare quello correlato ad una menomazione esistente ma inferiore all’indicata soglia) e del quale può ottenere il ristoro.

A tale contrazione si aggiungono tuttavia aspetti favorevoli al lavoratore, quali l’aumento dell’assegno funerario, l’elevazione a 67 anni delle persone protette per gli infortuni domestici; la riduzione dal 27% al 16% del grado d’inabilità permanente al lavoro derivante da infortuni sul lavoro in ambito domestico; il riconoscimento di una prestazione una tantum pari a 300 euro in caso di inabilità permanente compresa tra il 6% e il 15%; l’estensione anche agli infortuni in ambito domestico dell’assegno per assistenza personale continuativa; l’introduzione di una soglia di reddito quale limite per poter beneficiare della prestazione della rendita nel caso di soli genitori e, oppure o, fratelli superstiti a seguito di eventi mortali, così superandosi il requisito della mancanza di mezzi di sussistenza autonomi e sufficienti sostituendolo con un parametro reddituale aggiornato dall’Istat[9].

Una misura premiale

Davvero peculiare nel sistema della tutela risarcitoria è la regola contenuta nell’art. 11, co. 3, della Legge n. 145 inerente il riconoscimento al giudice del potere di procedere alla riduzione della somma dovuta all’Inail in sede di regresso tenuto conto della condotta datoriale precedente e successiva all’evento lesivo e dell’adozione di misure per il miglioramento dei livelli di salute e sicurezza sul lavoro.

Si applica così ad una disciplina collegata alla tutela risarcitoria una misura premiale, opposta ai c.d. danni punitivi, e di incentivo al miglioramento delle condizioni lavorative che è stata aspramente criticata in dottrina per l’inedito potere discrezionale, di natura equitativa, riconosciuto al giudice e per la distanza siderale rispetto ai principi in materia di responsabilità patrimoniale del danneggiante dei termini da considerare in sede di modalità di esecuzione (rapporto tra somma dovuta e risorse economiche del danneggiato)[10].

 

Decreto Crescita: dietrofront alle vecchie regole

Le modifiche normative della Legge di Bilancio del 2019 sono state fatte a sorpresa, senza alcuna discussione nelle appropriate sedi sociali e istituzionali.

Ma, a distanza di soli sei mesi, tutto è svanito[11], dando luogo ad un caso di vera e propria schizofrenia legislativa.

La Legge n. 58/2019 di conversione del c.d. Decreto Crescita ha infatti disposto l’abrogazione della riforma e il ritorno al principio dello scomputo integrale, reintroducendo di fatto quello per poste omogenee, coerentemente alla struttura bipolare del danno-conseguenza.

Così facendo, il Legislatore, ha schivato solo in parte il paventato giudizio di legittimità costituzionale, giacché il sistema di calcolo, sebbene per il tempo di un battito di ciglia (un semestre, appunto), ha potuto produrre i suoi effetti: la norma abrogatrice infatti non ha efficacia retroattiva e, pertanto, per tutti gli eventi compresi tra l’entrata in vigore della Legge n. 145 e la sua abolizione restano immutati i problemi finora tratteggiati.

[1] Trib. Torino, sez. Lav., 16 novembre 1999.

[2] Del Punta R., , Il mobbing: l’illecito e il danno, LD, 2003, 541.

[3] Tosi P., Il mobbing: una fattispecie in cerca d’autore, ADL, 2003, 651.

[4] Le vessazioni sul lavoro sono sempre esistite ed anzi un tempo erano anche più crudeli: così  Del Punta R.,, Il mobbing: l’illecito e il danno, LD, 2003, 552, anche richiamando il titolo dello scritto di G. PERA, Angherie e inurbanità negli ambienti di lavoro, RIDL, 2001, I, 291 ss.

[5] Insiste, in particolare, sul ruolo cruciale in materia dell’art. 2087, che rende inutile anche l’”imbarcarsi nella complessa discussione della rilevanza diretta dei principi costituzionali”, Mazzotta O.  Danno alla persona e rapporto di lavoro: qualche domanda, politicamente non corretta, alla giurisprudenza, in LD, 2004, 446 ss.

[6] Cfr. S. Giubboni, Il risarcimento del danno differenziale da infortunio sul lavoro dopo la legge di bilancio, RDSS, 2019, 184. Sull’iter della modifica cfr., dettagliatamente, M. Bons, Legge di bilancio 2019 e “danno differenziale INAIL”: nessun segno meno per i lavoratori danneggiati, www.ridare.it, 2019, 3 ss.

[7] Cfr. M. RossettiLa maledizione di Kirchmann, ovvero che ne sarà del danno differenziale”, www.questionegiustizia.it., 2019.

[8] Spunto conforme in A. Rossi, Il calcolo del danno differenziale prima e dopo la legge di bilancio per il 2019, www.il Giuslavorista.it, 2019, 10.

[9] Cfr. Corsalini G., Il danno differenziale dopo la legge di bilancio 2029: una riforma favorevole ai lavoratori, www.ridare.it., 10 ss.

[10] Cfr.  Giubboni S., Il risarcimento del danno differenziale, cit., 8 ss.; Bona M., Legge di bilancio 2019, cit., 10; G. Chiriatti G. Il danno differenziale, cit., 7; “non é un bel vedere”, scrive Santoro P., nota a Cass. 21 maggio 2019, n. 13645, in corso di pubblicazione in FI.

[11] Cfr. Bona M., Inail e “danno differenziale”: cancellata dalla legge n. 58/2019 la “riforma” ultima, www.ridare, 4 luglio 2019, che non sembra attribuire alla disciplina abrogata alcuna residua valenza normativa.

(*) Sintesi dell’articolo pubblicato in WP CSDLE “Massimo D’Antona”. IT 392/2019 dal titolo Il danno differenziale tra diritto comune,diritti speciali e schizofrenia legislativa

Preleva l’articolo completo in pdf