Dal premio di fedeltà AL TRATTAMENTO DI FINE RAPPORTO

di Armando Proia – Consulente del Lavoro in Milano

 

La sentenza della Corte di Cassazione del 22 febbraio 2021, n. 4670 ha sollevato scalpore in quanto ha riconosciuto legittima la pretesa dell’Inps di assoggettare a contribuzione una anticipazione sul trattamento di fine rapporto erogata da un datore di lavoro al di fuori delle ipotesi contemplate dall’articolo 2120 del Codice Civile che, dai commi dal sesto al nono, testualmente recita: Il prestatore di lavoro, con almeno otto anni di servizio presso lo stesso datore di lavoro, può chiedere, in costanza di rapporto di lavoro, una anticipazione non superiore al 70 per cento sul trattamento cui avrebbe diritto nel caso di cessazione del rapporto alla data della richiesta. Le richieste sono soddisfatte annualmente entro i limiti del 10 per cento degli aventi titolo, di cui al precedente comma, e comunque del 4 per cento del numero totale dei dipendenti.

Sino ad oggi si era reputato pacifico il fatto che tali requisiti identificassero i casi nei quali il datore era tenuto a riconoscere al lavoratore dipendente, su sua richiesta, una anticipazione sul trattamento di fine rapporto, nulla vietando di effettuare erogazioni allo stesso titolo in mancanza dei requisiti stessi. Questa interpretazione era stata sancita anche dalla sentenza della Corte di Cassazione n. 4133 del 22 febbraio 2007 che, testualmente, recitava “L’ultimo comma dell’art. 2120 c.c. dispone, infatti, espressamente che “condizioni di miglior favore possono essere previste dai contratti collettivi o da patti individuali. I contratti collettivi possono altresì stabilire criteri di priorità per l’accoglimento delle richieste di anticipazione.” Come risulta anche dal riferimento ai criteri di priorità nell’accoglimento delle richieste, questa norma di ampliamento si riferisce proprio alle anticipazioni, né si vede a che cosa altro potrebbe essere applicata.”

In particolare, si era sempre ritenuto legittimo anticipare il trattamento di fine rapporto anche da parte di quei datori di lavoro con un numero di dipendenti inferiore a 25, senza per questo configurare l’erogazione di una retribuzione da assoggettare a contribuzione.

Si può trarre lo spunto da questa vicenda per ricostruire, per sommi capi, l’evoluzione nel tempo dell’istituto del trattamento di fine rapporto.

Tutto ebbe inizio con il Decreto Legislativo Luogotenenziale n. 112 del 9 febbraio 1919 che, all’art. 112, istituiva per la prima volta una indennità di fine rapporto per gli impiegati, chiamata premio di fedeltà in quanto competeva solo se il lavoratore avesse maturato il periodo massimo di preavviso previsto e se il rapporto di lavoro non si fosse concluso per dimissioni o per licenziamento disciplinare.

Il Regio Decreto Legge n. 1825 del 13 novembre1924 aveva poi esteso il diritto anche ai casi nei quali non fosse stato maturato il periodo massimo di preavviso previsto, confermando comunque le altre condizioni sopra citate.

Nel 1927, il giorno 21 aprile, ricorrenza della fondazione di Roma celebrata anche come festa dei lavoratori dall’allora vigente regime fascista, venne emanata la “Carta del Lavoro” che, all’articolo 17, recitava “Nelle imprese a lavoro continuo il lavoratore ha diritto, in caso di cessazione dei rapporti di lavoro per licenziamento senza sua colpa, ad una indennità proporzionata agli anni di servizio. Tale indennità è dovuta anche in caso di morte del lavoratore”.

Veniva quindi esteso il diritto a tale indennità ai lavoratori con qualifica diversa da quella impiegatizia e veniva previsto il diritto anche in caso di interruzione del rapporto per decesso del prestatore d’opera.

Il Codice Civile, approvato con Regio Decreto Legge del 16 marzo 1942, n. 262, stabilì la modifica della denominazione dell’istituto da “indennità di licenziamento” a “indennità di anzianità”.

La Legge n. 604 del 15 luglio 1966 (norme sui licenziamenti individuali) all’art. 9 dispose poi che “ l’ indennità di anzianità è dovuta al prestatore di lavoro in ogni caso di risoluzione del rapporto di lavoro.” e all’art. 10 che “Le norme della presente legge si applicano nei confronti dei prestatori di lavoro che rivestano la qualifica di impiegato e di operaio, ai sensi dell’articolo 2095 del Codice civile e, per quelli assunti in prova, si applicano dal momento in cui l’assunzione diviene definitiva e, in ogni caso, quando sono decorsi sei mesi dall’ inizio del rapporto di lavoro.” Seguirono, da parte della Corte Costituzionale, la sentenza n.14 del 4 febbraio 1970, che riconobbe il diritto all’indennità anche agli apprendisti, e la sentenza n. 189 del 16 dicembre 1980, che riconobbe il diritto all’indennità anche in caso di licenziamento durante il periodo di prova.

Era comunque la contrattazione collettiva che stabiliva l’entità dell’indennità di anzianità maturata dal lavoratore in base alla sua qualifica.

Generalmente il calcolo era previsto sulla base di una mensilità all’anno per i lavoratori con qualifica di impiegato, sulla base di una sola parte di mensilità all’anno, con incrementi periodici in base all’anzianità di servizio, per il personale con qualifica di operaio e sulla base di 1,5 mensilità all’anno per il personale con qualifica di dirigente. Un problema non indifferente scaturì dall’indennità di contingenza, in origine denominata “scala mobile” che consisteva in una voce di retribuzione che veniva rivalutata periodicamente in proporzione al tasso di inflazione prendendo a base il cosiddetto “paniere della spesa”, cioè ai prezzi di alcuni beni di uso comune da parte delle famiglie italiane. Tale tasso di inflazione, infatti, iniziò a salire in progressione verso la fine degli anni 60, fino a raggiungere, a novembre 1974, il  26,2% su base annua.

Questo fenomeno veniva visto favorevolmente dai lavoratori dipendenti, soprattutto per quelli con un consistente periodo di lavoro presso la stessa azienda, perché per costoro risultava notevole l’incremento annuale dell’indennità di anzianità da accantonare. Non era quindi raro il caso di datori di lavoro che, ricevuta la domanda di una anticipazione sull’indennità di anzianità, non avendo alcun obbligo al riguardo, respingevano la richiesta proponendo al lavoratore, in alternativa, le sue dimissioni seguite da una nuova assunzione alle stesse condizioni retributive e normative.

In tal modo avrebbero liquidato al lavoratore l’intera indennità di anzianità, evitando però il costo di una cospicua rivalutazione della stessa negli anni successivi.

Nel gennaio 1977 si tentò di porre rimedio a tale situazione con l’Accordo Interconfederale, ripreso poi dal D.l. n. 12/1977 e poi convertito con modificazioni nella Legge n. 91/1977.

Tale norma prevedeva la “sterilizzazione” dell’indennità di contingenza da considerare ai fini del calcolo della indennità di anzianità. In data 14 e 15 maggio 1981, con le firme di Castiglione Morelli Pasquale, De Angelis Spada Marco e Catelani Carlo, venne presentata la richiesta di un referendum popolare per l’abolizione della norma stessa, dichiarato ammissibile dalla Corte Costituzionale con sentenza n. 25 dell’11 febbraio 1982.

In data 29 maggio 1982, per scongiurare un referendum abrogativo della norma, che avrebbe avuto buone probabilità di successo con effetti dirompenti sui bilanci delle aziende, venne emanata la legge n. 297/1982 che istituì, in sostituzione dell’indennità di anzianità, il trattamento di fine rapporto. Il successivo 3 giugno 1982 l’Ufficio Centrale per il Referendum della Corte Suprema di Cassazione decise infatti la decadenza del referendum, tenuto conto dell’emanazione della suddetta legge.

In sintesi, la maturazione del trattamento di fine rapporto si basa su 3 elementi, ovvero:

  1. un accantonamento mensile, a condizione che nel mese il rapporto di lavoro si sia protratto per almeno 15 giorni, ottenuto dividendo per 13,5 (compromesso tra 13 e 14 mensilità annue) “tutte le somme, compreso l’equivalente delle prestazioni in natura corrisposte in dipendenza del rapporto di lavoro, a titolo non occasionale e con esclusione di quanto è corrisposto a titolo di rimborso spese”.
  2. una rivalutazione annuale di quanto accantonato nei periodi precedenti, applicando “un tasso costituito dall’1,5 per cento in misura fissa e dal 75 per cento dell’aumento dell’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati accertato dall’ISTAT.”
  3. una trattenuta pari allo 0,30% (elevata allo 0,50% dal 01/01/1983) della retribuzione imponibile ai fini contributivi, destinata all’INPS a copertura del costo della perequazione automatica delle pensioni prevista dall’art. 3 della stessa Legge n. 297/1982. Considerato inoltre che, nel periodo di vigenza dell’indennità di anzianità, il fallimento dell’azienda comportava spesso il rischio, per il lavoratore, di perdere, sulla base di quanto riusciva a reperire il curatore fallimentare, tutta o parte dell’indennità di anzianità maturata, l’art. 2 della Legge decretò l’istituzione di un Fondo di Garanzia, gestito dall’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale e alimentato dai datori di lavoro tramite un contributo pari allo 0,03% della retribuzione

Al riguardo possono essere fatte queste considerazioni:

  • il calcolo per la rivalutazione annuale del trattamento di fine rapporto accantonato risulta conveniente per il lavoratore in proporzione inversa al tasso di aumento dell’indice dei prezzi al consumo, diventando sfavorevole quando tale tasso supera la soglia del 6%;
  • la quota minima di 15 giorni prevista per il calcolo mensile del trattamento di fine rapporto può portare, per uno stesso mese con esclusione del mese di febbraio, ad una doppia maturazione qualora il lavoratore facesse seguire, ad un rapporto di lavoro terminato il giorno 15, un nuovo rapporto di lavoro decorrente dal giorno 16, così come può portare, nel caso di un rapporto di lavoro terminato il 14 febbraio di un anno non bisestile seguito da una immediata assunzione, alla mancanza di maturazione mensile del trattamento di fine rapporto per tale mese presso ambedue le aziende;
  • un rapporto di lavoro di durata inferiore a 15 giorni, senza quindi la maturazione del trattamento di fine rapporto ma comunque con la trattenuta dello 0,50% sulla retribuzione erogata, comporterebbe debito da parte del lavoratore nei confronti del datore di

Dubbi erano sorti in merito all’assenza facoltativa per maternità, poi diventata congedo parentale, tenuto conto che la norma prevedeva, nei periodi di assenza dal lavoro, la maturazione del trattamento di fine rapporto per le cause indicate nell’art. 2110 del Codice Civile, ovvero infortunio, malattia, gravidanza e puerperio, ma la sentenza della Corte di Cassazione n. 2114 del 22 febbraio 1993 sancì la maturazione del trattamento di fine rapporto anche durante tale periodo.

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