Dal Jobs Act al Jobs App: il nuovo contratto di lavoro 4.0

di Antonella Rosati – Ricercatrice del Centro Studi e Ricerche

Francesco Rotondi sull’opportunità di introdurre una nuova tipologia contrattuale per regolare il settore dell’App Economy [1]

Con la nuova economia della condivisione, la Sharing Economy, è nata una nuova forma di lavoro che si colloca al di fuori dei vecchi schemi conosciuti dagli operatori del diritto del lavoro, non riconducibile né a quello subordinato né a quello autonomo tradizionalmente intesi.

Un tertium genus che, proprio per questo, necessita di essere disciplinato attraverso un contratto specifico che garantisca tutele a quasi un milione di Gig workers[1] e alle aziende dei settori emergenti della App Economy: peer-to-peer accommodation, trasporti peer-to-peer, servizi domestici e professionali on demand, finanza collaborativa[2].

Ne è convinto l’Autore che, per questo nuovo contratto di lavoro, ha coniato il termine Jobs App.

 

Il lavoro ibrido

Il Jobs App regola, appunto, il nuovo concetto di lavoro ibrido, un rapporto determinato dal (e nel) mercato che eroga servizi e prodotti attraverso piattaforme digitali e app dedicate.

È un lavoro on demand che non esiste fino a quando non affiora la necessità: nel momento in cui c’è la richiesta si crea una connessione tra colui che mette in contatto il richiedente e colui che poi eseguirà la prestazione.

È un lavoro nuovo che esige una nuova organizzazione dell’impresa, una nuova cornice giuridica di riferimento perché, in un rapporto di lavoro che si basa sulla richiesta, assistiamo ad uno spostamento di quello che è il sinallagma contrattuale ordinario: finora il lavoratore subordinato era colui il quale si metteva a disposizione del datore di lavoro che gli organizza l’attività, quindi l’obbligazione non è di risultato ma di mezzi.

In questa nuova visione cambia tutto perché il lavoratore è proprietario della prestazione e della propria organizzazione, è lui che entra in contatto con la piattaforma e decide di accettare o meno l’incarico: quindi si trasforma l’oggetto del contratto di lavoro da obbligazione di mezzi a obbligazione di risultato, un risultato che determina la quantità di retribuzione che il lavoratore decide di ottenere in un determinato lasso di tempo.

 

Il Jobs App

Il Jobs App porta quindi con sé una concezione di lavoro agli antipodi rispetto a come la intende la nostra Costituzione, anche a livello sociologico: non si fa più riferimento al lavoro in grado di assicurare quella “esistenza libera e dignitosa” tanto cara ai padri costituenti[3].

Quando parliamo di lavoro nella Gig Economy facciamo riferimento primariamente a lavori estemporanei e sporadici utili per “arrotondare” in un particolare e delimitato periodo della nostra vita, per lo più in giovane età.

Lavori sempre esistiti (ripetizioni, consegne dei giornali, ecc.) ma che oggi si fondono – rectius si confondono – con la tecnologia.

Tre sono i punti fondamentali del Jobs App:

  • una retribuzione variabile legata alle consegne e non una paga oraria che poco si addice ad un modello in cui si lavora sulla base della disponibilità offerta dal collaboratore;
  • un minimo retributivo a consegna valido per tutte le aziende del settore per evitare, così, una competizione sulle retribuzioni;
  • un welfare di settore e tutele che, con una percentuale fissa, obbligatoria e aggiuntiva su ogni retribuzione (0,30 centesimi), finanzi un fondo di categoria per coprire malattia, assicurazione sanitaria e infortunio, manutenzione straordinaria dei mezzi, e così via.

È giunto il momento che le aziende della App Economy si accordino per fare sistema e dare vita al contratto di lavoro 4.0, il Jobs App.

Non ha più senso far decidere alla magistratura, mediante il ricorso a tradizionali e obsoleti indici di qualificazione del rapporto di lavoro[4], co7 Dal Jobs Act…ROSATIme regolamentare uno dei settori emergenti della nuova economia.

È in corso un cambiamento repentino e dirompente, dobbiamo prenderne atto e ragionare di novità, di fatto e di diritto.

La posta in palio è alta[5]: occorre un tavolo di confronto tra Ministero dello Sviluppo Economico, aziende della Gig Economy e le rappresentanze dei Gig workers, occorre un nuovo patto sociale.

[1] In Europa sono quasi 11 milioni, suddivisi tra “free agents”, che hanno scelto questo come il loro lavoro prevalente (30%), “casual earners”, che lo usano come fonte di integrazione del reddito (40%), “reluctants”, che preferirebbero un lavoro tradizionale (14%) e, “financially strapped”, che vi sono costretti per rimanere a galla finanziariamente (16%). Questi sono i dati che emergono da una ricerca commissionata dall’Efip, European forum of independent professionals.

[2] R. Vaughan e R. Daverio (2016), Assessing the size and presence of the collaborative economy in Euro, PWC

[3] Art. 36 Costituzione

[4] Tribunale di Torino, 7 maggio 2018, sentenza n. 778: “In questa sentenza non verranno prese in considerazione le questioni relative all’adeguatezza del compenso e al presunto sfruttamento dei lavoratori da parte dell’azienda, né tutte le altre complesse problematiche della c.d. Gig Economy”.

[5] Secondo l’analisi di App Annie, nel 2021 il comparto potrebbe valere 6.350 miliardi di dollari e diventare il terzo settore produttivo dell’economia mondiale.

[1] Sintesi dell’articolo pubblicato in D&PL  n. 3/2019, pag. 145 dal titolo JOBS APP: UN NUOVO CONTRATTO DI LAVORO PER L’ECONOMIA DIGITALE

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