Coronavirus, regresso E DANNO DIFFERENZIALE (*)

di Luca Di sevo – Consulente del Lavoro in Bollate (Mi)

Pasquale Sandulli, Angelo Pandolfo e Michele Faioli verificano se sono nate ulteriori obbligazioni a carico dei datori di lavoro

Gli Autori dello studio si sono concentrati su un tema di spiccata attualità: la qualificazione per legge del Covid19 come infortunio sul lavoro, con i conseguenti scenari inquietanti in relazione alle ricadute finali di una apparentemente semplice copertura sociale dell’evento.

Viene subito messo in evidenza come occorra la massima attenzione nell’evitare di “trasformare il dato pandemico nel presupposto di una dilatazione abnorme del meccanismo protettivo rappresentato dall’assicurazione infortuni sul lavoro”. La scelta del Legislatore ha suscitato notevoli preoccupazioni riguardo la sovrapposizione di profili di stampo assicurativo e risarcitorio.

Va notato in partenza che il coronavirus non è, e non può, essere infortunio sul lavoro, se non viene accertata la contrazione dell’infezione “in occasione di lavoro”; così prevede il Legislatore. Le prestazioni sono estese al periodo di quarantena o di permanenza domiciliare, in quanto comportanti l’astensione dal lavoro.

Il contributo degli Autori si concentra sull’individuazione di ulteriori obbligazioni gravanti sul datore di lavoro correlate al danno differenziale in favore del lavoratore ed al regresso dell’Inail per le prestazioni erogate: la normativa in esame, con l’evidente intenzione del Legislatore materiale di non gravare di costi eccessivi le attività economiche, presenta due fondamentali passaggi.

Per primo, il Legislatore dispone che “i predetti eventi infortunistici gravino sulla gestione assicurativa”: si intende dire che viene potenziato il livello di protezione sociale mediante le più qualificate prestazioni dell’Inail rispetto a quelle dell’Inps, con l’obbiettivo di ribaltare il costo delle stesse alla collettività generale, rientrando nella gestione assicurativa. Tutto ciò tenendo conto che il contagio per accidentale contatto sul posto di lavoro o semplicemente in ragione del necessario spostamento dall’abitazione al luogo di lavoro, sono figli di una esposizione al rischio assolutamente inevitabile (almeno per determinati settori).

Il secondo passaggio esclude che gli eventi da coronavirus siano “computati ai fini della determinazione dell’oscillazione del tasso medio per andamento infortunistico”.

Si parte dal presupposto che il meccanismo della oscillazione del premio aziendale è espressione della connessione fra responsabilità ex art. 2087 c.c. e liberazione dalla responsabilità per colpa non penalmente rilevante. L’esclusione delle pratiche di coronavirus dal meccanismo di oscillazione del premio aziendale palesa il fatto che l’estensione dell’assicurazione infortuni sul lavoro all’infezione da coronavirus non intende ribaltare il costo della protezione sociale di questo evento sui datori di lavoro, alla stregua di quanto avviene per gli infortuni in itinere; pertanto gli effetti di tali eventi non incidono sul bilancio infortunistico dell’azienda in termini di oscillazione in malus del tasso applicato. Viene confermato quindi il principio che la copertura dell’infortunio, in assenza di inadempienze del datore di lavoro in termini di sorveglianza e adempimenti sulla sicurezza, si limita ad una responsabilità il cui costo si esaurisce comunque e ad ogni effetto nel pagamento del premio.

Ciò è una chiara affermazione del fatto che, con l’esclusione dei settori in cui l’infezione da coronavirus è direttamente connessa al “processo produttivo”, assicurazione infortuni sul lavoro e pandemia sono corpi fra loro estranei; la scelta legislativa di maggior contenuto protettivo invece, le ha occasionalmente poste in correlazione.

In chiusura, gli Autori suggeriscono ulteriori interventi da parte del Legislatore.

In primis, essi ritengono che sia opportuno sottolineare l’esclusione (non l’esonero) di ogni responsabilità del datore di lavoro, salvo per i casi di grave violazione dei protocolli di sicurezza contro la diffusione del contagio Covid19. Resta ovviamente sospeso l’argomento verifiche, certificazioni, accertamenti. In secondo luogo, essi sostengono che sarebbe opportuno completare il quadro normativo introducendo due ulteriori norme di legge: una prima norma volta a confermare la non agibilità in regresso da parte dell’Inail nei confronti di un datore di lavoro che abbia correttamente adottato e applicato i protocolli di sicurezza a livello aziendale; una seconda norma dovrebbe essere finalizzata all’assorbimento, pro quota, nelle tabelle del danno biologico, di quel possibile danno differenziale derivante dall’infortunio da Covid19.

In base all’esperienza di chi scrive, la questione pratica che si è palesata riguarda proprio gli adempimenti che è stato necessario mettere in opera da parte dei datori di lavoro, a partire dall’adeguamento del documento di valutazione dei rischi, passando per l’adozione di tutte le misure di protezione rese obbligatorie in base all’evidenza ed al settore di riferimento. Tali procedure sono foriere di costi che ha dovuto sostenere il settore produttivo, anche in tempi ristretti ed a più riprese, per adeguarsi di volta in volta alle norme entrate in vigore. È pur vero che gli interventi oltre il limite di € 500,00 sono stati inseriti in un meccanismo di credito d’imposta, ma non potrebbe essere ragionevole ipotizzare uno sconto sul premio per quei datori di lavoro che per dimensione o per numero di intervento non hanno raggiunto tale soglia?

* Sintesi dell’articolo pubblicato in Working Papers Centre for the study of european labour law “Massimo D’Antona”, 420/2020 dal titolo Coronavirus, regresso e danno differenziale. Contributo al dibattito.

 

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