Condotte extralavorative quali fattispecie giustificatrici del licenziamento

di Luca Di sevo – Consulente del Lavoro in Bollate (Mi)

 

Filippo Olivelli analizza il rapporto tra uso di sostanze stupefacenti e licenziamento per giusta causa (*)

La sentenza oggetto di commento riguarda il caso di un lavoratore licenziato per giusta causa perché arrestato dai Carabinieri con l’accusa di spaccio, poiché durante la pausa di lavoro veniva colto con 25 grammi di sostanza stupefacente, custoditi nella tuta da lavoro riportante il logo aziendale, mentre si apprestava a rientrare nello stabilimento. Ciò comportava un grave danno d’immagine al datore di lavoro poiché una testata giornalistica locale ne riportava con enfasi la vicenda.

In ambito di uso di sostanze stupefacenti e rapporto di lavoro, si può affermare che l’orientamento giurisprudenziale prevalente, quando al caso concreto non sono applicabili pattuizioni collettive specifiche, sia quello che ritiene l’“utilizzo” delle droghe – sia a scopo personale sia per spaccio – un comportamento tale da integrare l’ipotesi di giusta causa di licenziamento.

Secondo i giudici di Cassazione, infatti, “la detenzione, in ambito extralavorativo, di un significativo quantitativo di sostanze stupefacenti a fine di spaccio è idonea ad integrare la giusta causa di licenziamento, poiché il lavoratore è tenuto non solo a fornire la prestazione richiesta ma anche a non porre in essere, fuori dell’ambito lavorativo, comportamenti tali da ledere gli interessi morali e materiali del datore di lavoro o da comprometterne il rapporto fiduciario”. Altre pronunce confermano la legittimità dell’immediata estinzione del rapporto lavorativo anche a causa del danno d’immagine che ne deriva all’azienda.

Risulta residuale e minoritario, invece, un orientamento che, sulla scorta della distinzione tra spaccio e uso personale, reputa corretto applicare alla seconda ipotesi la sola pena sospensiva.

Tuttavia, la sentenza della Suprema Corte del 2018 n. 21679 si discosta dal consolidato orientamento giurisprudenziale più sopra riportato poiché dà maggior valore alle previsioni della contrattazione collettiva. I giudici della Suprema Corte, infatti, nello stabilire la legittimità o meno del licenziamento, evidenziano come sia stata corretta nel caso in esame l’operazione effettuata dalla Corte d’Appello di assimilare la condotta extralavorativa ad un’altra che prevede l’applicazione della sola pena sospensiva e ritengono di conseguenza che non si sia verificata una situazione tanto grave da incrinare il rapporto fiduciario tra il datore di lavoro e il lavoratore relativamente alla prestazione lavorativa futura.

Tuttavia, l’analisi della condotta in oggetto in un’ipotesi similare, per la quale è prevista dalla contrattazione collettiva l’applicazione della sola pena sospensiva, apre una questione rilevante da un punto di vista giuridico e quindi incentrata sull’interpretazione delle pattuizioni del contratto collettivo.

È corretto, secondo l’Autore, regolamentare unitariamente due episodi che la contrattazione collettiva ha, invece, inteso non trattare allo stesso modo.

Comunque sia, appurata l’illegittimità del licenziamento, la Suprema Corte affronta la questione dal punto di vista delle tutele applicabili, cassando la sentenza di secondo grado e sposando la tesi del possibile inquadramento della condotta oggetto di giudizio in quelle contemplate dal contratto collettivo applicabile, per le quali è prevista la sola pena sospensiva.

I giudici di Cassazione ritengono che questa possibilità sia stata illegittimamente esclusa per aver fatto, innanzitutto, un’assimilazione errata tra azienda e stabilimento.

Inoltre, essi invitano i giudici del rinvio a tenere in considerazione il non provato discredito subito dalla società; inoltre specificano che è mancato “un accertamento concreto in relazione a tale requisito” perché la diffusione meramente locale del quotidiano che aveva riportato la notizia non avrebbe portato una lesione degli interessi del datore di lavoro, considerando che l’episodio era extralavorativo.

 

(*) Sintesi dell’articolo pubblicato ne Il lavoro nella Giurisprudenza, 6, 2019, pag. 611 dal titolo L’uso di droghe e la giusta causa di licenziamento

 

 

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