Cassazione, più libertà PER IL LICENZIAMENTO ECONOMICO (*)

di Antonella Rosati – Ricercatrice del Centro Studi e Ricerche

Maurizio Ballestrieri analizza il licenziamento per gmo con gli occhi della giurisprudenza

L’ Autore, con il presente contributo, analizza due sentenze della Corte di Cassazione che sembrano avvalorare il costante orientamento giurisprudenziale in materia di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, ritenuto legittimo quando il riassetto organizzativo sia effettivo anche in assenza di una crisi aziendale.

LA TUTELA DEL LAVORO E LA PREVALENZA DELLE RAGIONI ECONOMICHE DELL’IMPRESA SUL DIRITTO ALL’OCCUPAZIONE

Da tempo la scienza giuridica, nei paesi più avanzati, analizza gli effetti della globalizzazione economica sui diritti sociali e sul sistema delle tutele del lavoro dipendente1 . In questa prospettiva si registra la propensione della politica del diritto e della giurisprudenza a ritenere prevalente l’economia sul diritto, con l’evoluzione della teoria della “law and economics” come metodo che studia l’influenza dell’economia nel sistema giuridico2 . Il Legislatore italiano, nell’ultimo ventennio, è sembrato volere aderire a tale impostazione culturale in campo lavoristico, in particolare attraverso la vasta diffusione di istituti di flessibilità e la progressiva riduzione delle tutele per quanto attiene la stabilità dell’impiego che ha trovato nel ridimensionamento dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori – giunto alla sua acme con il Jobs Act – l’epicentro del confronto dottrinale 3 e di politica di diritto.

IL PRINCIPIO DI DIRITTO ENUNCIATO DALLA CASSAZIONE

Entrambe le ordinanze della Suprema Corte in commento accolgono i ricorsi delle società e cassano le sentenze impugnate, ponendosi in continuità con il costante orientamento di legittimità in materia di licenziamento cosiddetto “economico” che nega allo stato di crisi la valenza di elemento costitutivo della fattispecie4.

La prima ordinanza5 ha dichiarato che “l’andamento economico negativo dell’azienda non costituisce un presupposto fattuale che il datore di lavoro debba necessariamente provare, essendo sufficiente che le ragioni inerenti all’attività produttiva e all’organizzazione del lavoro, comprese quelle dirette ad una migliore efficienza gestionale ovvero ad un incremento della redditività, determinino un effettivo mutamento dell’assetto organizzativo attraverso la soppressione di una individuata posizione ove, però, il recesso sia motivato dall’esigenza di far fronte a situazioni economiche sfavorevoli o a spese di carattere straordinario, ed in giudizio se ne accerti in concreto, l’inesistenza, il licenziamento risulterà ingiustificato per la mancanza di veridicità e la pretestuosità della causalità addotta; inoltre è sufficiente, per la legittimità del recesso, che le addotte ragioni inerenti all’attività produttiva e all’organizzazione del lavoro, comprese quelle dirette ad una migliore efficienza gestionale ovvero ad un incremento della redditività, causalmente determinino un effettivo mutamento dell’assetto organizzativo attraverso la soppressione di una individuata posizione lavorativa, non essendo la scelta imprenditoriale che abbia comportato la soppressione del posto di lavoro sindacabile nei suoi profili di congruità ed opportunità” 6

La seconda ordinanza7 , a sua volta, ha accolto il ricorso della società in ragione dei principi di diritto per i quali “esigere la sussistenza di una situazione economica sfavorevole per rendere legittimo il licenziamento per giustificato motivo oggettivo significa inserire nella fattispecie legale astratta disegnata dall’art. 3 legge 604/1966 un elemento fattuale non previsto, con una interpretazione che trasmoda inevitabilmente, talvolta surrettiziamente, nel sindacato sulla congruità e sulla opportunità della scelta imprenditoriale” pure occorrendo “rilevare che, secondo l’art. 30, primo comma l. 183/2010…in tutti i casi nei quali le disposizioni di legge nelle materie del lavoro privato e pubblico contengano clausole generali, ivi comprese le norme in tema di…recesso, il controllo giudiziale è limitato esclusivamente, in conformità ai principi generali dell’ordinamento, all’accertamento del presupposto di legittimità e non può essere esteso al sindacato di merito sulle valutazioni tecniche, organizzative e produttive che competono al datore di lavoro…8 .

L’importanza assegnata al primo comma dell’art. 41 della Costituzione da entrambe le ordinanze impedisce di fatto al giudice di effettuare indagini “di merito” sulle scelte imprenditoriali, dovendosi limitare unicamente al controllo della loro legittimità e alla illustrazione della motivazione nella comunicazione del licenziamento9 .

A giustificare il recesso del datore è sufficiente una valutazione di opportunità quali: modificazioni tecnico-produttive, migliore efficienza gestionale, incremento della redditività, riduzione dei costi aziendali, ottimizzazione dei fattori della produzione. A giustificare il recesso del datore è sufficiente che le ragioni legate all’attività produttiva e all’organizzazione del lavoro, che devono essere esplicitate, determinino causalmente un reale mutamento dell’assetto organizzativo attraverso la soppressione di una determinata posizione lavorativa10. A patto che alla base della scelta espulsiva, oltre che del criterio di scelta del lavoratore e dell’impossibilità di reimpiego in mansioni diverse, siano poste ragioni coerenti, effettive e non pretestuose o discriminatorie.

CONCLUSIONI

Le due ordinanze commentate consentono una riflessione conclusiva sui rischi di caduta del principio di legalità derivanti dall’abnorme soggettivismo giudiziario11 che, nel campo lavoristico, si manifesta attraverso il bilanciamento tra labour e business 12, con prevalenza delle esigenze del mercato rispetto ai diritti sociali, tra cui il diritto al lavoro enunciato nell’art. 4 della Costituzione che la dottrina ha ritenuto “uno dei cardini essenziali del sistema costituzionale delle garanzie del lavoro” 13, nel quadro di una linea giurisprudenziale che operava un collegamento tra agli artt. 4 e 41 della Costituzione, in base al quale l’imprenditore ha l’obbligo di orientare l’attività di impresa al “perseguimento di finalità generali”, tra cui l’occupazione 14. In contrapposizione è andato affermandosi un indirizzo giurisprudenziale secondo cui, in materia di licenziamento, la libertà d’impresa è il valore gerarchicamente prioritario15, come assunto anche dalla politica del diritto e dal quadro normativo degli ultimi anni che, da una prospettiva incentrata sul bilanciamento tra rispetto della dignità umana e iniziativa economica privata, è apparso dirigersi “verso una concezione puramente economicistica del lavoro” 16, in particolare con l’introduzione del contratto a tutele crescenti 17, con i noti rilievi di natura costituzionale 18 poi riscontrati parzialmente dalla Consulta 19. In altri termini, si sta pericolosamente assistendo al consolidamento di un diritto giurisprudenziale 20 che, in tutta evidenza, non considera più il bilanciamento quale valore che non può confliggere con quello dell’occupazione che, assieme a quello della proporzionalità, rimane l’unico strumento imprescindibile di giustizia distributiva.

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