Assemblea sindacale retribuita: CHI PUÒ CONVOCARLA?*

di Antonella Rosati – Ricercatrice del Centro Studi e Ricerche

Matteo Avogaro analizza, anche alla luce della giurisprudenza, il potere di convocazione dell’assemblea

 

TITOLARITÀ, OGGETTO, LIMITI TEMPORALI

L’ assemblea sindacale trova regolamentazione, con riferimento al lavoro privato, all’art. 20, L. n. 300/19701 . Titolari del diritto sono i lavoratori di ogni unità produttiva, a prescindere dalla loro iscrizione o meno al sindacato, anche nel caso in cui nel giorno dell’assemblea si trovino in cassa integrazione, in ferie o in sciopero2 , oppure qualora stiano attendendo di essere reintegrati al lavoro a seguito di una sentenza.

L’oggetto dell’assemblea può toccare qualsiasi argomento connesso ai fini istituzionali del sindacato o ai problemi del lavoro, o riguardare vertenze aziendali, quali uno sciopero o la stipulazione di accordi con il datore di lavoro. Il diritto di riunirsi può inoltre essere esercitato sia al di fuori dell’orario di lavoro, senza limiti, sia nel corso della giornata lavorativa nel limite di dieci ore annue retribuite.

Infine, la contrattazione collettiva può prevedere migliori condizioni rispetto a quelle fissate dall’art. 20 per lo svolgimento dell’assemblea, nonché “ulteriori modalità per l’esercizio del diritto”, anche a mezzo di accordi aziendali.

LA TITOLARITÀ DEL POTERE DI CONVOCAZIONE

L’art. 20 della L. n. 300/1970 entra per primo nel dettaglio del potere di convocazione, precisando che “le riunioni […] sono indette, singolarmente o congiuntamente, dalle rappresentanze sindacali aziendali nell’unità produttiva […]”.

Le rappresentanze sindacali aziendali (RSA) sono, a loro volta, disciplinate dall’art. 19 della L. n. 300/1970 il quale prevede che “possono essere costituite ad iniziativa dei lavoratori in ogni unità produttiva, nell’ambito: b) delle associazioni sindacali, che siano firmatarie di contratti collettivi di lavoro applicati nell’unità produttiva”.

Il presupposto per la costituzione delle RSA, peraltro, è stato recentemente oggetto di un rilevante arresto della Suprema Corte3 volto ad allargare il potere di costituire RSA, e di convocare l’assemblea, anche ai sindacati che avessero preso parte al tavolo negoziale senza sottoscrivere alcuna intesa. Le funzioni delle RSA in materia di assemblea sono state estese, nel 1993, all’ulteriore forma di rappresentanza sindacale in azienda introdotta dall’Accordo Interconfederale concluso nel dicembre di quell’anno: la Rappresentanza Sindacale Unitaria (RSU) i cui componenti vengono eletti a suffragio universale dai lavoratori dell’unità produttiva sulla base di liste contrapposte.

Alla luce del quadro normativo appena tratteggiato, il potere di convocare l’assemblea sindacale spetta “singolarmente o congiuntamente” alle sole RSA presenti nell’unità produttiva cui si affiancano, per l’effetto degli accordi conclusi dall’autonomia collettiva, le RSU.

Se sulla convocazione delle assemblee indette da una o più RSA non sorgono dispute giuridiche, in quanto ogni singola RSA può agire autonomamente senza confliggere con le altre (se non in relazione al rispetto del limite di dieci ore di assemblea) diverso è il discorso riferito alle RSU.

Le RSU, a differenza delle RSA, hanno una natura “composita” e non sono in numero superiore a una per ciascuna impresa o unità produttiva.

Ciò comporta che la questione della titolarità del potere di convocazione che anche la RSU è chiamata ad esercitare “singolarmente o congiuntamente” si intrecci con quella della sua stessa natura, intesa come collegiale/maggioritaria oppure come somma di esponenti facenti capo alle rispettive organizzazioni. A riguardo, in un primo momento, la giurisprudenza di legittimità si era dimostrata favorevole all’adozione, per la convocazione dell’assemblea da parte della RSU, di un rigido principio collegiale4 .

A partire dalla metà degli anni 2000 è andata invece affermandosi presso la giurisprudenza della Cassazione un’opposta linea interpretativa, tale da configurare il diritto di convocare l’assemblea in capo a qualsiasi singolo componente della RSU, consolidatasi poi negli anni successivi5.

Alla base di tale revirement, la Corte di Cassazione pone il principio che le parti sociali, con l’Accordo Interconfederale del 20 dicembre 1993, avevano pattiziamente individuato nelle RSU una nuova forma di rappresentanza, caratterizzata da regole proprie e della quale “non è predicata la natura di organismo a funzionamento collegiale” 6.

A risolvere definitivamente l’annosa diatriba ermeneutica e applicativa si sono pronunciate, nel 2017, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione7 che hanno ritenuto di condividere quest’ultimo indirizzo.

La Corte afferma che non merita di essere condivisa quella tesi della dottrina secondo cui l’affermazione di legittimazioni concorrenti (sia delle RSU come organo collegiale sia di ogni sua componente sindacale) striderebbe con il principio democratico, necessariamente maggioritario, e ridurrebbe la RSU “ad una mera sommatoria di distinte rappresentanze”.

Difatti, secondo le Sezioni Unite, il principio di maggioranza deve essere applicato nel momento in cui si delibera e non quando si esercitano diritti che non implicano decisioni vincolanti nei confronti degli altri, pertanto il principio di maggioranza che governa le RSU non è incompatibile con il diritto di ciascun membro di richiedere la convocazione dell’assemblea sindacale.

L’orientamento in esame è stato infine ribadito da successivi pronunciamenti della Cassazione8 che hanno ribadito il carattere antisindacale della condotta del datore che dovesse respingere lo svolgimento di un’assemblea indetta da un singolo componente di RSU9 .

ART. 20 STAT. LAV. E TESTO UNICO SULLA RAPPRESENTANZA DEL 2014

Il Testo Unico sulla rappresentanza10 del 2014, primo storico tentativo delle grandi Confederazioni di darsi un apparato ordinamentale, non sembra aver portato innovazioni tali da incidere sull’assetto del potere di convocazione dell’assemblea, confermando le modalità di trasferimento delle prerogative sindacali dalle RSA alle RSU stabilite agli artt. 4 e 5 dell’Accordo Interconfederale del 1993.

Esso introduce, tuttavia, un riferimento al funzionamento delle RSU secondo il principio maggioritario11 e rimuove la clausola del c.d. “terzo riservato” corrispondente ad una quota di un terzo dei componenti delle RSU in precedenza garantita alle associazioni sindacali firmatarie del contratto collettivo nazionale di lavoro applicato nell’unità produttiva.

In una direzione idealmente opposta, volta a corroborare il ruolo dei singoli componenti delle RSU, il testo fa salvo12 il diritto delle organizzazioni sindacali di categoria firmatarie del CCNL applicato nell’unità produttiva ad indire l’assemblea sindacale per tre delle dieci ore e stabilisce una sorta di vincolo di mandato, il cd. “cambio casacca”13, tra il singolo rappresentante eletto e l’organizzazione di origine: il cambiamento di appartenenza sindacale da parte di un componente della RSU ne determina la decadenza dalla carica e la sostituzione con il primo dei non eletti della lista di originaria appartenenza del sostituito.

CONVOCAZIONE DELL’ASSEMBLEA, LUOGO DI SVOLGIMENTO E MONTE ORE

L’assemblea sindacale, convocabile anche da un singolo componente di RSU, richiede una previa comunicazione al datore di lavoro.

Secondo una giurisprudenza consolidata14, l’individuazione dei locali aziendali presso cui svolgere l’assemblea deve essere effettuata di comune accordo tra la rappresentanza sindacale interessata e il datore di lavoro e, in mancanza di un’intesa, spetta al giudice determinare le effettive modalità di esercizio del diritto di assemblea.

Il datore può, inoltre, mettere a disposizione locali esterni all’azienda ma fornendone comunicazione ai rappresentanti dei lavoratori in tempo utile per pubblicizzare l’assemblea presso i lavoratori15.

Una particolare criticità può essere rappresentata da richieste simultanee di assemblea retribuita in orario di lavoro, avanzate da più RSA o da diversi componenti di una RSU, tali da superare il limite massimo di dieci ore annue, e dal rapporto tra queste ultime e le tre ore di assemblea riservate alle organizzazioni sindacali di categoria firmatarie del contratto collettivo applicabile nell’unità produttiva.

Una prima soluzione è fornita direttamente dall’art. 20, L. n. 300/1970, il quale indica che le richieste vengono soddisfatte dal datore di lavoro “secondo l’ordine di precedenza delle convocazioni”.

A fornire maggiori dettagli è intervenuta successivamente la Corte di Cassazione specificando che il monte ore è onnicomprensivo e le richieste concorrono su un piano di parità, secondo un principio volto a premiare le domande presentate con maggiore tempestività16.

* Sintesi dell’articolo pubblicato ne Il lavoro nella giurisprudenza, 3/2020, p. 307 dal titolo Assemblea ex Art. 20, Stat. Lav.: il potere di convocazione tra giurisprudenza e attività sindacale.

1. A. Vallebona, Il diritto sindacale, Padova, 2017, 125 ss.; V. Di Cerbo, Assemblea, in G. Amoroso – V. Di Cerbo – A. Maresca (a cura di), Il diritto del lavoro, vol. II, 2014, Milano, 1064 ss.

2. Cass., Civ., sez. Lav., 30 ottobre 1995, n. 11352.

3. C. Cost. 23 luglio 2013, n. 231, con nota di R. De Luca Tamajo, La sentenza n. 231/2013 della Corte Costituzionale sullo sfondo della crisi del sistema sindacale anomico, in Riv. giur. lav., 2014, 1, 1, 45 ss.

4. Cass., Sez. lav., 20 aprile 2002, n. 5756 e Cass., Sez. lav., 26 febbraio 2002, n. 2855; nella giurisprudenza di merito Trib. Trieste 25 giugno 2012; Trib. Piacenza 13 dicembre 2006; Trib. Milano 4 luglio 2006; Trib. Mi- lano 26 marzo 2004; Trib. Monza 4 dicem- bre 2002 e Trib. Crema 30 marzo 2001

5. Cass, Sez. lav., 1° febbraio 2005, n. 1892; più recentemente Cass., 16 ottobre 2014, n. 21931 e Cass., Sez. lav., 31 luglio 2014, n. 17458.

6. Cass., Sez. lav., 16 ottobre 2014, n. 17458.

7. Cass., S.U., 6 giugno 2017, n. 13978.

8. Cass., Sez. lav., 17 ottobre 2018, n. 26011 e Cass., Sez. lav., 10 ottobre 2018, n. 25103.

9. Cass, Sez. lav., 18 ottobre 2018, n. 26210.

10. Il TU è definito tale perché incorpora tre testi antecedenti: l’Accordo interconfederale del 28 giugno del 2011, il Protocollo di intesa sulla rappresentanza del 31 maggio 2013 e l’Accordo interconfederale del 20 dicembre 1993 su elezioni e funziona- mento delle RSU.

11. Art. 7, co. 1, parte II, Sez. II.

12. Art. 4, parte II, Sez. II.

13. Art. 6, parte II, Sez. II.

14. Cass., Sez. lav., 19 novembre 2014, n. 24670: i lavoratori “hanno diritto, ma non anche il dovere, di riunirsi all’interno del luogo di lavoro e l’interesse del datore di lavoro è unicamente diretto a salvaguardare la sicurezza degli impianti ed eventualmente la possibilità di continuazione dell’attività lavorativa da parte di coloro che non partecipano all’assemblea”.

15. Cass., Sez. lav., 26 febbraio 2016, n. 3837.

16. Cass., Sez. lav., 30 agosto 2010, n. 18838 e C. Civ., Sez. lav., 22 luglio 2010, n. 17217.

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