Aspettando il 2022: NIENTE DI (DAVVERO) NUOVO SUL FRONTE PENSIONISTICO

di Antonello Orlando, Consulente del lavoro in Roma e Bologna

Il 2022 sarà l’anno di attuazione del PNRR, l’anno di un nuovo assegno unico per le famiglie e anche della partenza di un nuovo sistema di tassazione dei redditi delle persone fisiche. Ma non sarà un anno che partirà con grandi novità sul versante pensionistico. Infatti, nonostante un acceso confronto fra la Presidenza del Consiglio dei Ministri e le parti sociali, gli interventi di rinnovo si limiteranno a piccoli restyling, quasi di make up rispetto all’attuale impianto Fornero che dal 2012 resiste longevo nei suoi accessi alla pensione. Resteranno pressocché immutati i due ingressi principali: la pensione anticipata, con i suoi requisiti congelati (2175 settimane per le donne e 2227 settimane di contributi per gli uomini) fino al 2026 e la sua finestra pari a 3 mesi; la pensione di vecchiaia, dopo l’apparizione del Decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze del 27.10.2021 pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 268/2021, si conferma nel suo requisito anagrafico di 67 anni per uomini e donne fino alla fine del 2024 unitamente al classico requisito contributivo minimo di 20 anni. La manovra del 2022 spolvera un repertorio già consolidato negli scorsi anni, quello degli anticipi pensionistici, regalando tre interventi misurati senza costi considerevoli per la finanza pubblica. Primo fra tutti: la nuova Quota 102. La pensione anticipata Quota 100 non viene ulteriormente prorogata obbligando alla maturazione dei requisiti nel suo triennio sperimentale (20192021) con riferimento ai 62 anni (per i nati entro il 31.12.1959) e 38 anni di contributi da maturare in qualsiasi gestione. Resta salva la possibilità di accedere a tale forma di pensione anche dopo il 31.12.2021, come chiarito dall’articolo 14, co. 1 del D.l. n. 4/2019. La Legge di Bilancio del 2022, all’interno del medesimo decreto, inserisce una quota, parzialmente coincidente, riservata a chi è nato non oltre il 31.12.1958. Il requisito è infatti pari, entro la fine del 2022, a 64 anni di età e ad almeno 38 anni di contributi. Sono confermate tutte le altre caratteristiche della Quota 100: dalle finestre di 3 mesi (lavoratori subordinati privati e autonomi) e 6 mesi (dipendenti pubblici), fino al divieto di cumulo reddituale attivo dalla decorrenza della pensione fino alla maturazione della pensione di vecchiaia. Anche a Quota 102 si applicherà il cumulo contributivo, già attivo per Quota 100, che permette di sommare senza alcun costo i contributi di tutte le gestioni Inps per dipendenti pubblici, privati, autonomi e imprenditori (escluse le casse professionali per iscritti ad albo ordinistico), risparmiando così i costi di ricongiunzione ex L. n. 29/1979 e L. n. 45/1990 che possono costituire un ostacolo decisivo per raggiungere la agognata meta pensionistica.

Torna anche l’Ape Sociale. Già ronzante nel panorama degli strumenti pensionistici dal 2017, prorogato ora fino alla fine del 2022.

Anche in questo caso l’impianto dell’anticipo pensionistico sociale resta lo stesso rispetto a quello osservato negli  scorsi anni: questa indennità “traghetto” verso l’età della vecchiaia, con un valore massimo di 1500 euro lordi mensili, è accessibile a chi ha almeno 63 anni di età entro la fine del 2022 e cessa il rapporto di lavoro prima dell’accesso all’Ape stesso. Tali soggetti potranno percepire un assegno su 12 rate annue sino al compimento dell’età della pesione di vecchiaia. Accanto all’età di almeno 63 anni vi è poi un requisito contributivo a oggi pari a 30 anni per i caregivers, disoccupati e invalidi, che arriva a 36 anni per i lavoratori addetti a mansioni gravose. Le donne “apiste” possono contare anche per il 2022 su uno sconto pari a massimo 2 anni di contributi (1 per ogni figlio). Oltre al requisito anagrafico e contributivo, l’Ape richiede uno dei 4 status di bisogno codificati dalla L. n. 232/2016: disoccupati di lunga durata (che dal 2022 dovranno esaurire la Naspi prima di accedere ad Ape senza più attendere 3 mesi di inoccupazione), caregivers che convivano da almeno sei mesi con un parente o affine di massimo 2° grado disabile grave ex art. 3, co. 3, L. n. 104/1992, invalidi civili al 74% o percentuale superiore o, ancora, lavoratori addetti a mansioni gravose che abbiano lavorato nei settori gravosi per almeno 6 anni negli ultimi 7 (o 7 negli ultimi 10) prima di accedere all’Ape.

La riforma pensionistica del 2022, a valle dei lavori pluriennali di una commissione ad hoc, ha allargato la platea dei lavori gravosi che passeranno da 15 a 23 mansioni, elencate in allegato alla stessa manovra.

Curiosamente, lo stesso elenco non appare a oggi esteso anche alla pensione per lavoratori precoci che, fino a oggi, aveva una platea quasi sovrapposta a quella dell’Ape sociale. L’Ape sociale, da quando viene erogato, mantiene una incumulabilità reddituale del tutto analoga a quella della Naspi; inoltre, a differenza dell’indennità di disoccupazione, non fornisce alcun accredito contributivo figurativo. Torna, ancora una volta, l’opzione donna che è ormai “stabilmente” sperimentale fin dal 2004. Per prima cosa va ricordato come questa forma di pensione anticipata al femminile non avesse alcuna scadenza e la forma vigente nel 2021 potrà essere richiesta anche dopo il 31 dicembre di quest’anno.
Le condizioni di accesso a questo anticipo pensionistico erano state fissate dalla L. n. 178/2020 e puntate alla fine dello scorso anno 2020. In particolare, opzione donna nella sua previgente versione richiedeva entro la fine del 2020 due requisiti che sono pari a 58 anni di età per le lavoratrici dipendenti, pubbliche e private senza differenza, e un anno di età in più per le lavoratrici autonome, iscritte cioè alle gestioni Inps commercianti o artigiani. Il requisito contributivo è invece pari a 35 anni di contribuzione effettiva che esclude quella da disoccupazione e malattia non integrata dal
datore di lavoro; i contributi vanno maturati entro il 31 dicembre 2020 e anche questo requisito sarà “allungato” di un anno ulteriore dalla manovra che consentirà di avere i 35 anni entro il 2021 e non più entro il 2020. Una volta raggiunti i due requisiti, per la donna inizia una finestra di attesa di 12 mesi per le lavoratrici subordinate, pubbliche e private, e di 18 mesi per le donne autonome o “miste” (con contributi sia nel fondo pensione lavoratori dipendenti sia
nelle gestioni artigiani e/o commercianti).
Una volta esaurita questa finestra (che può essere tanto lavorata quanto fruita con Naspi) la pensione in opzione donna decorre con un integrale ricalcolo con il metodo contributivo puro che viene applicato in qualsiasi caso, anche per chi aveva 18 anni di contributi al 1995. Il decremento sulla pensione varia in base ai contributi e alle retribuzioni e si attesta di solito fra il 20 e il 40% in meno sull’assegno lordo, senza alcuna prospettiva di essere recuperato in alcun modo in quanto irreversibile. Questa forma di pensionamento non consente il  cumulo contributivo ex L. n. 228/2012 tra le gestioni Inps, esclude sia la gestione separata sia le casse professionali che potranno essere computate solo attraverso una costosa ricongiunzione ex L. n. 45/1990. La prima versione nella manovra del 2022 che ha iniziato il suo iter parlamentare era quella di prevedere l’accesso a chi aveva raggiunto nel 2021 60 anni di età o 61 nel caso delle autonome; a valle di forti proteste da parte delle parti sociali, il disegno di legge poi realmente incardinato ha invece replicato i più tradizionali requisiti anagrafici di 58/59 anni, da maturare, insieme ai 35 di contributi effettivi, entro la fine del 2021.
L’articolato della manovra contiene fin dalla sua prima versione anche la proroga del contratto di espansione, oggi disciplinato dall’art. 41 del D.lgs. n. 148/2015. Il contratto di espansione era stato già prorogato dalla L. n. 178/2020 fino alla fine del 2021 e permette, fra gli altri strumenti, uno speciale prepensionamento creato in sinergia dalle imprese con un finanziamento parziale dello Stato che permette di esodare con accompagnamento a pensione i dipendenti che aderiscano con risoluzione consensuale del rapporto di lavoro distando non più di 5 anni dalla prima decorrenza utile di pensione di vecchiaia o anticipata. Nella versione vigente della norma, l’esodo doveva avvenire entro il 30.11.2021. L’azienda che sigla un accordo presso il Ministero del Lavoro, contestualmente al  prepensionamento per esodare i lavoratori deve prevedere nuove assunzioni a tempo indeterminato nonché un piano di formazione certificata che consente anche l’utilizzo di una speciale cigs derogatoria senza oneri aziendali. Il dipendente accompagnato a pensione percepisce per una durata massima di 60 mesi una pensione pari a quella maturata al momento del mento del recesso con una garanzia contro qualsiasi futura riforma pensionistica peggiorativa, garanzia mai prevista per gli altri prepensionamenti (isopensione Fornero o assegni straordinari dei fondi bilaterali). I costi aziendali per il prepensionamento vengono attutiti dato che per ogni lavoratore prepensionato viene restituita da Inps a compensazione della provvista di esodo una “dote” pari alla Naspi maturata, comprensiva del décalage mensile del 3%. Tale forma di accompagnamento a pensione è tuttavia meno allettante per i lavoratori accompagnati a pensione di vecchiaia dato che in questo scenario non viene versata alcuna contribuzione da parte del datore di lavoro e il futuro assegno pensionistico finale risulterà più leggero. La norma di proroga contenuta nella manovra del 2022 prevede una sperimentazione per un ulteriore biennio (2022-2023) insieme a un allargamento della platea delle aziende beneficiarie. Nel 2022 e nel 2023 il contratto di espansione sarà accessibile, infatti, alle imprese (anche riunite in un gruppo) con organico complessivo non inferiore a 50 unità
lavorative (nel 2021 invece può essere attivato solo da aziende o gruppi di imprese con almeno 100 unità lavorative a valle delle modifiche apportate dal Decreto legge Sostegni-bis).

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