Amministratori e società: CONFIGURAZIONE GIURIDICA DEL RAPPORTO*

di Antonella Rosati – Ricercatrice del Centro Studi e Ricerche

Marco Barbizzi e Pierluigi Rausei analizzano il rapporto giuridico tra amministratore e società

Con il presente contributo gli Autori affrontano il tema della qualificazione del rapporto di lavoro dell’amministratore all’interno della società, toccando profili di carattere non solo lavoristico e previdenziale ma anche aspetti di natura fiscale e, per taluni ambiti, di carattere processual-civilistico.

RAPPORTO DI LAVORO SUBORDINATO

Lo svolgimento di un’attività di gestione in una società, come quella dell’amministratore, non esclude astrattamente che si possa intrattenere con la società stessa un rapporto di lavoro subordinato (fatte salve alcune eccezioni). È indispensabile però appurare, ai fini della suddetta compatibilità, se il lavoro svolto possa comunque essere inquadrato all’interno della specifica organizzazione aziendale e se l’amministratore possa ritenersi assoggettato, anche in forma attenuata (quando il lavoratore è un dirigente), alle direttive, agli ordini e ai controlli dell’organo di amministrazione della società nel suo complesso, nonché al coordinamento dell’attività in funzione dell’assetto organizzativo aziendale.

In merito l’Inps ha recentemente fornito una ricostruzione della questione1 , riconoscendo le condizioni di compatibilità della carica di amministratore di società di capitali con lo status di lavoratore dipendente nella stessa e superando il divieto assoluto, posto in precedenza, che precludeva categoricamente ai “presidenti, amministratori unici e consiglieri delegati” la possibilità di riconoscere un legittimo e valido rapporto di lavoro subordinato con la medesima società2 .

In questa direzione si è pronunciata da decenni anche la Suprema Corte con molteplici sentenze da cui deriva fondamentalmente l’attuale posizione assunta dall’Inps. La più recente di queste sentenze3 ha ribadito il principio consolidato4 secondo cui “le qualità di amministratore e di lavoratore subordinato di una stessa società di capitali sono cumulabili purché si accerti l’attribuzione di mansioni diverse da quelle proprie della carica sociale ed è altresì necessario che colui che intenda far valere il rapporto di lavoro subordinato fornisca la prova del vincolo di subordinazione e cioè dell’assoggettamento, nonostante la carica sociale rivestita, al potere direttivo, di controllo e disciplinare dell’organo di amministrazione della società”.

Analogamente gli Ermellini, qualche anno prima, avevano sostenuto che il parametro di riferimento per identificare la subordinazione va stabilito in base a criteri sussidiari, riguardanti la predeterminazione della retribuzione, la connessione dell’attività lavorativa nell’assetto organizzativo dell’azienda, l’assenza di rischi e di una organizzazione imprenditoriali in capo al lavoratore5 .

Allo stesso modo, un decennio fa6 , i supremi giudici rilevarono che non si può escludere “a priori la configurabilità di un rapporto di lavoro subordinato fra la società ed uno dei soci, purché ricorrano determinate condizioni, e precisamente: a) che la prestazione non integri un conferimento previsto dal contratto sociale e b) che il socio presti la sua attività lavorativa sotto il controllo gerarchico di un altro socio munito di poteri di supremazia” 7

Infine – volendo andare ancor più a ritroso nel tempo – circa trenta anni fa venne sottolineato che “la qualità di amministratore di una società di capitali è compatibile con la qualifica di lavoratore subordinato della medesima, ove sia accertato in concreto lo svolgimento di mansioni diverse da quelle proprie della carica sociale rivestita, con l’assoggettamento a effettivo potere di supremazia gerarchica e disciplinare” 8 .

COLLABORAZIONE COORDINATA E CONTINUATIVA

Sotto altro profilo, la legittima instaurazione di un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa fra la società e il suo amministratore rientra a pieno titolo nelle previsioni del quadro normativo vigente. I contratti di collaborazione con i componenti degli organi di amministrazione delle società operano in deroga all’art. 2, comma 1, del D.lgs. 15 giugno 2015, n. 819 , anche con riferimento alle collaborazioni realizzate nell’esercizio della propria funzione e, in particolare, nel caso di società di capitali strutturate, quando rispettano un mandato ordinario del consiglio di amministrazione con obbligo di riferire sull’attività amministrativa10.

Se ne può dedurre, ragionando per sottrazione, che i rapporti di amministrazione siano ancora ritenuti dal Legislatore come gravitanti nell’orbita delle collaborazioni coordinate e continuative di cui all’art. 409, punto 3), c.p.c..

PROFILI FISCALI

Sotto il profilo fiscale, ove l’amministratore sia legittimamente inquadrato quale lavoratore subordinato, il reddito derivante dalla corresponsione della retribuzione spettante risulta soggetto alla disciplina dei redditi da lavoro dipendente di cui all’art. 49, comma 1, del Tuir. Laddove invece il compenso dell’amministratore è frutto della delibera assembleare relativa all’ufficio svolto in seno a un contratto di collaborazione coordinata e continuativa, trova applicazione la disciplina di cui all’art. 50, co. 1, lett. c-bis), del Tuir.

PROFILI PREVIDENZIALI

Ricadendo nella vis actractiva della gestione tributaria di cui all’art. 50, co. 1, lett. c-bis), del Tuir, i compensi corrisposti agli amministratori di società sono assoggettati, sul piano previdenziale, al regime della Gestione Separata dell’Inps di cui all’art. 2, co. 26, della Legge 8 agosto 1995, n. 335.

Nel caso in cui invece l’amministratore venga ad essere inquadrato nelle forme del lavoro subordinato, la gestione previdenziale seguirà quella specifica connessa all’inquadramento contributivo della società e al trattamento ordinario per i lavoratori dipendenti presso l’Inps.

Altro argomento di indubbio interesse è, ancora oggi, quello relativo alla c.d. “doppia contribuzione”, vale a dire la sussistenza in capo all’amministratore di una società commerciale o artigiana (non di persone), che sia anche socio lavoratore della medesima società, di un obbligo di iscrizione e di contribuzione duplici, sia alla Gestione Separata (per l’attività di amministratore), sia alla Gestione Commercianti11 o Artigiani (per la posizione di socio lavoratore).

A fronte della richiesta da parte dell’Inps di tale doppio adempimento, la giurisprudenza della Suprema Corte si è più volte pronunciata in senso contrario con interventi volti ad escludere l’obbligatorietà di tale duplice contribuzione, optando per la sola iscrizione nella gestione che corrisponde in concreto all’attività abituale e prevalente12. In seguito, però, con l’art. 12, comma 11, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 7813 è stato sancito l’obbligo di doppia iscrizione previdenziale.

In merito il Supremo Collegio è tornato di recente a puntualizzare che per l’amministratore di società rileva l’autonomo obbligo di iscrizione alla Gestione Commercianti a fronte di attività materiale ed esecutiva svolta all’interno della stessa impresa essendo sufficiente, in caso contrario, la sola iscrizione alla Gestione Separata14.

Peraltro la stessa Corte di Cassazione, specificamente in tema di “doppia contribuzione”, ha stabilito un apposito principio di diritto15: “l’esercizio di attività di lavoro autonomo, soggetto a contribuzione nella Gestione separata, che si accompagna all’esercizio di attività di impresa commerciale, artigiana o agricola, la quale di per sé comporti l’obbligo dell’iscrizione alla relativa gestione assicurativa presso l’Inps, non è regolato dal principio dell’attività prevalente, trattandosi di attività distinte e, sotto questo profilo, autonome, sicché parimenti distinto ed autonomo resta l’obbligo assicurativo nella rispettiva gestione”.

ASPETTI PROCESSUAL-CIVILISTICI

Uno dei temi di particolare rilievo, rispetto alle vicende processuali, riguarda la pignorabilità del compenso dell’amministratore deliberato dall’assemblea dei soci in merito ad un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa.

La riforma del diritto societario16 ha apportato uno stravolgimento del Titolo V del Codice Civile.

Il cambiamento più sostanziale lo ha subito l’impianto normativo della società a responsabilità limitata in quanto, dal confronto con la norma originaria, risulta palese come il Legislatore abbia concepito un nuovo inquadramento del contratto sociale non più come una società “per azioni” con norme amministrativo-contabili semplificate, bensì come una vera e propria società “di persone” a responsabilità limitata17 con adempimenti aggravati.

Tra le norme che lasciano trasparire un carattere intuitu personae troviamo:

− l’art. 2380 bis c.c. in tema di attribuzione in via esclusiva all’amministratore della gestione dell’impresa (con il solo limite di quegli atti che non rientrano nell’oggetto sociale);

− l’art. 2464 c.c. in tema di conferimenti, essendo prevista l’ammissibilità del socio d’opera (previa sottoscrizione di fidejussione bancaria o polizza assicurativa);

− l’art. 2467 c.c. in tema di finanziamento soci nelle S.r.l. sottocapitalizzate, essendo prevista l’operatività della clausola di postergazione in caso di imminente fallimento della società, lasciando trapelare una presunzione assoluta di conoscenza della situazione amministrativo-finanziaria societaria18;

− l’art. 2471, co. 3, c.c. in tema di pignoramento della quota sociale la quale, prima di essere venduta a terzi, può essere riacquistata allo stesso prezzo da uno o più soci, in base a quanto espressamente previsto dallo statuto, che può rendere non liberamente trasferibile la partecipazione, come accade di norma nelle società di persone;

− l’art. 2479 c.c. in tema di decisione dei soci, che possono essere prese (se lo statuto lo prevede) anche senza la convocazione di una formale assemblea, tramite loro consenso informato per iscritto (quindi in forma libera proprio come accade nelle società di persone).

In questo contesto è evidente come l’amministratore di una società a responsabilità limitata sia, oltreché un finanziatore, anche una sorta di “operaio specializzato” o “caporeparto” della società stessa, munito di capacità organizzative, in grado di massimizzare l’efficienza dei mezzi a disposizione, di dirigere la produzione e di dettare le strategie idonee a garantire il going concern aziendale. Appare chiaro quindi che, qualora l’amministratore percepisca un emolumento per la sua  opera, il nesso causale che lo determina non sarà fondato sul valore aggiunto apportato per incarichi manageriali – tipici delle realtà più grandi e strutturate – ma piuttosto per l’attività di coordinamento della produzione. In punto di diritto si possono evidenziare due orientamenti generali circa la natura del compenso dell’amministratore:

− il primo, che segue la teoria contrattualistica, secondo il quale vi sarebbe un vero e proprio negozio giuridico che disciplina i rapporti tra due soggetti distinti, ciascuno autonomo centro di interessi anche contrapposti;

− il secondo, che segue la teoria organica, a fronte del quale si configura solitamente una immedesimazione dell’organo dell’amministratore nella persona giuridica che rappresenta, senza possibilità di un regolamento negoziale interno.

In merito all’opzione fra le due teorie, rileva la posizione tranchant assunta dalla Corte di Cassazione, Sezioni Unite19 la quale, nel respingere la possibilità per l’amministratore di stipulare un contratto di collaborazione con la stessa società, afferma che “l’amministratore unico o il consigliere d’amministrazione di una società per azioni sono legati da un rapporto di tipo societario che, in considerazione dell’immedesimazione organica che si verifica tra persona fisica ed ente e dell’assenza del requisito della coordinazione, non è compreso in quelli previsti dal n. 3 dell’art. 409 c.p.c.” La sentenza muove dal caso specifico di un contenzioso creditorio, volto a determinare il quantum pignorabile del compenso spettante ad un amministratore in una società per azioni, con specifico riguardo all’applicabilità dei limiti sanciti dall’art. 545 c.p.c., ovvero se il creditore possa soddisfarsi in toto oppure esclusivamente nei limiti del quinto del compenso stesso.

I giudici di piazza Cavour, dopo un excursus circa le differenti posizioni assunte nella propria giurisprudenza, hanno affrontato la questione dichiarando la possibilità per il creditore di esecutare integralmente l’obbligazione creditoria vantata nei confronti dell’amministratore per la totalità del compenso.

La pronuncia rappresenta una radicale presa di posizione a favore della tesi della immedesimazione organica, ispirata al modello societario e di governance introdotti dalle modifiche normative, secondo cui l’amministratore è il vero egemone dell’ente sociale e, in quanto tale, non è soggetto ad alcun potere direttivo o di coordinamento circa le modalità esecutive del suo incarico, né sottoposto ad una condizione di debolezza contrattuale.

Sono però ancora molti gli interrogativi su cui fare chiarezza.

In primis, quello dello strumento idoneo a regolare i rapporti tra amministratore e società: assodato che tali rapporti non possono fondarsi su contratti di co.co.co., è inevitabile chiedersi se essi potranno essere comunque disciplinati pattiziamente con appositi management agreements (vincoli d’esclusiva, patti di non concorrenza, salary package etc). In secondo luogo, il problema del rito applicabile alle controversie azionate da soggetti che rivestono sia la qualifica di amministratore che di lavoratore parasubordinato: se in passato vi era la competenza del Giudice del Lavoro, dopo la sentenza della Cassazione sarà necessario agire davanti al Tribunale delle Imprese.

Infine, altri due quesiti di estrema rilevanza pratica: il futuro impatto fiscale e previdenziale della sentenza e gli effettivi doveri del terzo pignorato.

La necessità di dare soluzione alle suddette questioni operative è di preliminare importanza.

Tuttavia, in assenza di interventi normativi mirati il tema pare, ancora una volta, rimesso al vaglio dei giudici, dai quali pertanto si aspettano “istruzioni per l’uso”.

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