Una proposta al mese – Per i professionisti una maggiore attenzione

postato in: Articoli in evidenza | 0

Andrea Asnaghi – Consulente del Lavoro in Paderno Dugnano

 

“Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”.

Il graffiante e amaro realismo di questa frase di Orwell (da “La Fattoria degli Animali”) sembra calzare apposta per la situazione dei professionisti e, in genere, dei lavoratori autonomi. Che qualcuno, in nome di una non meglio precisata liberalizzazione dagli altrettanto poco chiari effetti salvifici, vorrebbe parificare (distorcendone in parte la fisionomia) alle imprese; con il risultato che spesso tali soggetti si vedono negati elementari diritti ed opportunità. E questo, sì, appare iniquo e distorsivo di un equilibrio sul mercato e di una perdita generale di chance.

La storia è vecchia, e basterebbe guardare al recente passato per ricordare come diversi incentivi alle assunzioni sono stati riservati al mondo imprenditoriale ma non a quello professionale.

Ma focalizzandoci sul presente, vorremmo evidenziare alcuni aspetti in cui desidereremmo proporre una maggiore attenzione ai professionisti, soprattutto facendoli accedere a possibilità che ad altri soggetti non sono negate.

Il contratto di rete

Il contratto di rete fornisce ai soggetti che ne fanno parte alcune opportunità, sia dal punto di vista fiscale che sotto gli aspetti economici, organizzativi e di condivisione delle risorse umane.

Con tale contratto, infatti, alcuni operatori economici, senza alcuna sovrastruttura societaria ma con un semplice accordo commerciale (per quanto sottoposto a pubblicizzazione) possono decidere di condividere risorse, know-how, personale e mezzi per il migliore sviluppo strutturale dei singoli aderenti: una sorta di sinergia positiva.

Ma forse è l’espressione letterale utilizzata dal legislatore che rende l’idea della portata innovativa e potenziale della fattispecie per i soggetti (imprenditori) che decidono di utilizzarla, i quali con “lo scopo di accrescere, individualmente e collettivamente, la propria capacità innovativa e la propria competitività sul mercato (…) si obbligano, sulla base di un programma comune di rete, a collaborare in forme e in ambiti predeterminati attinenti all’esercizio delle proprie imprese ovvero a scambiarsi informazioni o prestazioni di natura industriale, commerciale, tecnica o tecnologica ovvero ancora ad esercitare in comune una o più attività rientranti nell’oggetto della propria impresa”.

Un trampolino di lancio, in buona sostanza, per offrire la possibilità di innovare e competere soprattutto alle piccole e medie imprese, senza perdere o stravolgere i propri tratti caratteristici, spesso ancorati anche all’imprinting personale dell’imprenditore.

Peccato che tale opportunità sia riservata alle imprese e non ai professionisti. Lo dice la legge istitutiva di tale contratto (art. 3, co. 4-ter, D.l. n. 5/2009), lo ha ribadito recentissimamente l’Ispettorato Nazionale del Lavoro nella propria circolare n. 7/2018, ove relativamente al distacco ed alla codatorialità ricorda come tali contratti di lavoro siano esercitabili senza motivazione solamente nell’ambito di reti costituite da imprese. È pur vero che l’Ispettorato evita (non si comprende perché) di valorizzare quanto previsto dall’art. 12, co. 3 del D.lgs. n. 81/2017, il quale ha invero previsto una timida apertura per i lavoratori autonomi al contratto di rete ma solamente “al fine di consentire la partecipazione ai bandi e concorrere all’assegnazione di incarichi e appalti privati”. Ma tale frase, che rappresenta comunque un’apertura e lascia discreti spazi di manovra, appare sicuramente molto più riduttiva della regola generale.

Allora, ed è la prima proposta, perché non aprire completamente i contratti di rete ai professionisti? Basterebbe una semplice aggiunta all’incipit della norma: con il contratto di rete più imprenditori o professionisti…”.

Gli incentivi per ricerca, sviluppo ed innovazione

Il processo ormai noto come Industry 4.0 (poi corretto in Impresa 4.0) e l’esigenza di adeguamento tecnologico, nonché di processi e tecniche innovative ed al passo coi tempi (o addirittura che li precorrono) ha spinto la comunità Europea ed il nostro Paese a forti incentivazioni economiche per i soggetti che investono in tali processi (si veda l’art. 3 del D.l.n. 145/2013, oppure quanto previsto dalle “Finanziarie” 2015, art. 1 co. 35 e 2016, art. 1 commi 15-16).

Non volendo perderci nel tecnicismo delle definizioni, la ricerca e lo sviluppo non sono tuttavia, come potrebbe sembrare a prima vista, qualcosa che riguardi la robotica avanzata e la scoperta di formule chimiche rivoluzionarie, bensì un’attività di sperimentazione volta ad acquisire (fra le altre cose) nuove conoscenze per mettere a punto nuovi prodotti, processi o servizi o per migliorare sensibilmente quelli esistenti, includendovi anche aspetti organizzativi, gestionali, finanche culturali, in senso lato.

Ora, siamo davvero sicuri che verso il mondo professionale, tanto addentro nell’ambito dei servizi, della conoscenza, dell’organizzazione e dell’innovazione, non si avverta la necessità del medesimo impulso innovativo, proprio anche per la propria funzione di promozione (o come si dice oggi, di incubatore) dell’innovazione, probabilmente più difficile se non si parte dall’innovare se stessi?

Eppure tali incentivi sono, senza alcuna ovvietà ed anzi – a parer di chi scrive con una palese contraddizione di fondo – riservati solamente al mondo imprenditoriale, oppure a quella parte di mondo professionale che perda buona parte delle propri caratteristiche migliori e si metta a fare pura “impresa”.

Anche allo studio (o alla rete di professionisti, per tornare al punto precedente) perché non concedere contributi nell’ambito di processi di innovazione e sviluppo? Davvero li vogliamo tenere ai margini del tessuto economico, considerandoli quasi (come direbbe Gaber) una “razza in estinzione”?

Le collaborazioni dei familiari

Quante volte abbiamo visto negli Studi professionali o al fianco di attività autonome la collaborazione di familiari, dal coniuge del medico o del dentista o del professionista (con mansioni – tanto per semplificare – amministrative, di segreteria, di addetto alla poltrona, o anche di vero e proprio affiancamento nell’esercizio delle attività caratteristiche – ove per l’esercizio di esse non vi sia una riserva esclusiva).

Mentre nelle piccole attività imprenditoriali (agricole, artigianali, commerciali) vi è una grande attenzione agli aspetti assicurativi e previdenziali per questi preziosi collaboratori, destinatari di previdenza ed assistenza specifiche – ed anche ai risvolti fiscali, si pensi alla costituzione di imprese familiari (art. 230-bis c.c.) con l’attribuzione ai familiari finanche di quote di reddito e all’incremento di valore relative all’attività del titolare – esiste una totale cesura verso tali collaborazioni in ambito professionali, ove le stesse non sono riconosciute.

E dove anche solo la costituzione, in alternativa, di un rapporto di lavoro subordinato non solo è osteggiata apertis verbis da Inps (la nota circolare n. 179/1989, che rileva in tali rapporti, invero non del tutto a torto, la mancanza di indici di reale subordinazione) ma sconta anche il limite, in campo fiscale, di non essere deducibile dal reddito del professionista (Tuir, art. 54, co. 6-bis), il che, peraltro, concerne qualsiasi tipo di compenso (anche di collaborazione coordinata e continuativa, o occasionale) corrisposto da un lavoratore autonomo ai propri familiari.

Con la conseguenza che non di rado di fronte a queste fattispecie, tutt’altro che infrequenti (d’altronde, se si realizzano nella piccola impresa a conduzione familiare, non si vede perché non potrebbero realizzarsi anche in uno studio di medesime dimensioni), il consulente che è chiamato a dare un inquadramento a queste figure si trova in forte imbarazzo.

Ora, poiché non crediamo che i familiari del professionista, qualora con questo collaborino con continuità e dedizione, godano di diritti minori rispetto ad altri familiari del nostro Paese, proponiamo semplicemente un’estensione dell’art. 230-bis anche ai familiari del professionista, con diritto, parallelamente, ad una copertura assicurativa, nelle stesse forme e presso le stesse Casse o Gestioni, anche private se all’uopo organizzate, del professionista medesimo.

Conclusioni

Il mondo professionale – così come quello imprenditoriale, del resto – è estremamente variegato e forse trovare una sintesi buona per ogni aspetto che lo riguardi può diventare difficile.

Tuttavia è indubbio che sia un mondo che ha bisogno di sostegno e di attenzione.

Non si può negare che l’evoluzione del professionismo spinga sempre più all’esigenza di “fare rete” fra professioni, sia simili che differenti, e non solo necessariamente per “offrire servizi” ma anche per accrescere le competenze, condividere mezzi e strutture o creare reti di solidarietà reciproca. Ciò dovrebbe poter essere realizzato senza dover per forza arrivare all’irrisolto (tuttora, per molto aspetti) ibrido giuridico delle società tra professionisti, oppure senza dover pensare alle società di consulenza-monstre, dove quasi sempre il singolo professionista rischia di perdere (a favore, magari, di una pressante esigenza di fatturare) le parti più caratteristiche della propria deontologia, che sono la responsabilità diretta, l’interesse del cliente e l’indipendenza intellettuale.

Né pare possibile immaginare un futuro, anche prossimo, per un professionista che oggi non investa su se stesso, ma anche sui propri collaboratori e sulla propria struttura, con attività all’avanguardia nel campo della ricerca e dello sviluppo, di competenze, organizzazione e mezzi tecnologici.

E ancora si fatica a comprendere perché il professionista debba tribolare o inventare costruzioni anomale e forzate per coinvolgere nella propria avventura le persone a lui più care e vicine.

A meno che il mondo professionale, in fondo, non faccia paura, come a qualsiasi potere possono far paura semplici qualità come la libertà, l’indipendente intellettuale ed economica e la conoscenza. Tanta paura da condannare i professionisti a questa “uguaglianza asimmetrica” per cui sempre più si cerca di negarne la specificità e l’apporto peculiare, considerandoli in molti campi uguali a tutti gli altri soggetti economici, ma (per tornare all’incipit di questo articolo) per tutto il resto … un po’ meno uguali degli altri.

 

Preleva l’articolo completo in pdf