Senza filtro – Programmi e promesse elettorali sul lavoro: parole in libertà

postato in: Articoli in evidenza | 0

Andrea Asnaghi – Consulente del lavoro in Paderno Dugnano

“Le promesse di certi uomini sono come sabbie mobili che viste da lontano

sembrano solide e sicure ma si rilevano inconsistenti e insidiose.”
(F. de La Rochefoucauld)

Sono finite le Feste, sta proseguendo l’inverno, la Nazionale di calcio è fuori dal Mondiale ed è cominciata la campagna elettorale.
Tutte brutte notizie, l’ultima è evidentemente la peggiore di tutte, ma in fondo è anche una fake new, perché siamo un Paese in continua e costante campagna elettorale. A scanso di equivoci, dobbiamo subito precisare: non sentiamo alcun fastidio nell’esercizio della democrazia (anzi…), è solo che in questo periodo ancora più forti si levano le voci che palesano una assoluta distanza dal mondo reale; e siccome questa è una Rivista che parla di lavoro confrontiamoci non tanto sulle varie proposte (faremmo torto ad ogni rispettabile orientamento politico) ma sul metodo con cui si parla del lavoro e dei vari programmi.
E per osservare il metodo ci concentreremo su alcune parole abusate, che sarebbero da utilizzare con una moderazione che non sempre contraddistingue i nostri politici, in particolare, appunto, in questo periodo.

La prima parola su cui vorremmo suggerire un senso della misura è la parola “abolire”, spesso utilizzata insieme ai sinonimi “abrogare” (più colto) e “cancellare” (più drastico).
Ora, la vita è fatta di continui superamenti, è vero, tuttavia ci sfugge il senso di locuzioni verbali come “cancellare il Jobs Acts” oppure “abolire la Fornero” (si suppone e si spera la riforma Legge n. 92/2012, non l’ex Ministra del Lavoro; sembra una battuta ma purtroppo meglio essere precisi: diversi anni fa si parlava di abolire la Biagi e qualche criminale ha pensato di mettere la cosa un po’ troppo sul personale…
Orbene, per quanto certe idee possano fare presa – e per quanto effettivamente qualcosa da cambiare qua e là ci sia – probabilmente chi usa certe espressioni non sa (e se lo sa, sta parlando a vanvera) che si sta rivolgendo ad un complesso di norme talmente intricato e con aspetti così interconnessi e variegati, che un’abolizione acritica e generalizzata equivarrebbe ad un marasma paralizzante.
Volendo fare un paragone – forse azzardato, ma esplicativo – è un po’ come se chi ottant’anni fa fosse stato (comprensibilmente) contrario al movimento hitleriano, invece di contrastare il terzo Reich avesse proposto di… abolire la Germania il che sarebbe stato un assurdo (storico, politico e geografico) e, fosse stato anche solo ipoteticamente realizzabile avrebbe creato, oltre al sacrificio di parecchi innocenti, non pochi problemi a chi avesse voluto recarsi da Parigi a Praga (o viceversa).
Abrogare è un esercizio estremamente affascinante (chi nella vita non ha mai subito il coup de foudre verso un qualche taglio netto…) ma rischioso, che richiede sempre, specie in ciò di cui stiamo trattando, una ponderata riflessione su ciò che si elimina, specie per tre aspetti, intimamente connessi fra loro:
a) con che cosa lo si sostituisce;
b) cosa si perde di buono in ciò che si è eliminato;
c) cosa si è lasciato scoperto con l’eliminazione.
Senza queste riflessioni, l’abrogazione è un esercizio velleitario, un colpo di testa tardo-adolescenziale o una promessa ad effetto buona solo per chi ci crede.

La seconda parola su cui vorremmo vedere una maggiore riflessione è la parola “rispristino” (qualche esempio fra tanti: ripristinare l’art. 18, ripristinare il tempo pieno ed indeterminato per tutti) normalmente utilizzata insieme alla parola “diritto”. Normalmente questa parola fa riferimento a schemi del passato, improponibili nel panorama lavoristico odierno. Si propone una società con regole ingessate, buone per schemi di 50 anni fa ma più che altro utili per mantenere posizioni politiche e di potere ormai malinconicamente autoreferenziali ma superate dal tempo.
Anche qui è importante un distinguo: non crediamo che il progresso passi per l’abolizione dei diritti ed il lassez faire e in questa Rivista non abbiamo mai mancato e mai mancheremo di denunciare le varie forme, antiche e moderne, in cui i diritti delle persone e dei soggetti – lavoratori o datori di lavoro che siano – vengono calpestati insieme al buon senso ed alla giustizia). Quello che ci preoccupa sono piuttosto tentativi di restaurazione che vogliono imporre a viva forza modelli ormai impraticabili: come abbiamo sottolineato più volte, i risultati più eclatanti dell’applicazione di tale logica sono l’abnorme sviluppo di soluzioni “parallele” (quelle sì particolarmente illegali e funeste) e la penalizzazione delle (intralciate o inutilmente vessate) sane imprenditorialità.

La terza parola su cui vorremmo suggerire una certa moderazione è la parola “risultati”, anch’essa spesso correlata a statistiche, cifre, valori che ognuno stiracchia un po’ come crede.
Comprendiamo l’orgoglio (condivisibile o meno che sia, ognuno la pensi come crede) di chi ha provato nuove strade ed ha portato avanti delle riforme strutturali, e tantomeno non ne accettiamo la contraria, gratuita, demonizzazione “a prescindere”.
Sicuramente dei passi avanti sono stati fatti. Resta tuttavia difficile da comprendere il trionfalismo di certe affermazioni quando la maggior parte delle prospettate riforme è ancora da costruire e da rendere efficace (pescando a casaccio: il sistema del placement e della ricollocazione, gli strumenti di sostegno al reddito, il nuovo sistema ispettivo, la formazione professionale, l’inserimento dei giovani nel mercato del lavoro). Se poi sentiamo citare fra le riforme importanti del lavoro “la sconfitta della piaga delle dimissioni in bianco” (con tutti i problemi irrisolti che ha provocato una norma fra le più insulse e confuse degli ultimi anni) e il “superamento delle collaborazioni fittizie” (inesistente), forse ci sorge il dubbio di non aver compreso bene.

La quarta parola su cui vorremmo un minimo di realismo è la parola “soldi”, mai usata di per sé ma sempre collegata a qualcosa di mirabolante che ci dovrebbe venire in tasca (abbassare le tasse, ridurre i costi del lavoro, aumentare le pensioni, dare redditi vari di cittadinanza, inclusione, partecipazione).
Tutto molto giusto e molto bello, a patto che il costo non sia ripagato in altro modo dalla collettività, di modo che ciò che una mano ti concede l’altra ti toglie (magari in modo più sudbolo ma ancora più oneroso). Per fare un esempio, all’Università avevamo un amico in perenne bisogno di soldi che chiedeva prestiti (piccoli) qua e là agli amici. E fieramente si presentava dopo qualche tempo ridandoti le agognate 10.000 lire prestate e offrendoti un caffè per la tua gentilezza. Forte della sua affidabilità e simpatia testè riconquistate, il giorno dopo te ne chiedeva in prestito 15.000, sicchè ti domandavi se in fondo non ti avesse tirato una fregatura; pare scontato aggiungere che un giorno scomparve, lasciando in noi amici un grande rammarico (e non solo per la sua simpatia smarrita per sempre). Alla parola soldi qualcuno accompagna la parola “tagli”, suscitando la preoccupazione che i tagli vadano sempre in una direzione e non si concentrino su ciò che dovrebbero invece colpire.

L’ultima parola (che in realtà ci piace moltissimo ma che ogni volta che viene pronunciata ci provoca un senso misto fra la nausea ed il terrore) è la parola “semplificazione”.
Questa parola accompagna da decenni la nostra professione (e non solo la nostra), ma non ci affianca come un benevolo compagno di viaggio, no … ci segue come una iattura, come una maledizione lanciata alle nostre spalle da una fattucchiera malvagia.
Ogni volta che sentiamo parlare di semplificazione arriva in realtà sulle nostre spalle un fardello di norme ed adempimenti (nuovi, e quindi che rivoluzionano lo scibile e l’operatività precedenti) la maggior parte dei quali sembrano ideati da qualcuno che vive su un altro pianeta e che in realtà non semplificano, non risolvono, sono inutili (quando va bene, se no sono pure dannosi) e tremendamente complicati, astrusi, farraginosi.

Siamo invece piuttosto preoccupati da parole che continuiamo a non sentire, come “razionalità” e “sistematicità”. D’accordo, non sono parole accattivanti, richiederebbero anche dei ragionamenti che non hanno “i tempi televisivi” ed i meccanismi giusti dello show business e dei social network (i cui metodi hanno da tempo intaccato la comunicazione politica).
Per questo motivo, rubando per una volta un po’ di spazio alla proposta del mese, lanciamo un’idea generale che riguarda (in via universale) le professioni ordinistiche e che valorizza la portata di competenze ed esperienze del mondo professionale: la creazione di una Commissione permanente di esperti, in seno a ciascun Ordine professionale, che venga interpellata obbligatoriamente in via preventiva dalle varie commissioni parlamentari (sia pure, è ovvio, a mero titolo consultivo) ogniqualvolta venga emanata una legge di competenza (esclusiva o meno) della predetta professione o comunque agente nel suo campo. Qualcosa di più strutturato delle attuali audizioni parlamentari – che pure esistono – o delle collaborazioni estemporanee a questo o quel progetto di legge: al contrario, un’azione pienamente trasparente ed incisiva, al punto che nella fase di presentazione o di discussione di una legge o di un regolamento vi sia obbligo di dare risposta (positiva o meno che sia) alle obiezioni o ai suggerimenti che provengono (attraverso le predette commissioni) dal mondo professionale.

Insomma, come diceva uno slogan di qualche anno fa: “prima passa da noi”. O, sempre per stare nell’ambito degli slogan, prevenire è meglio che curare, che qui potremmo parafrasare in consigliare (prima) è meglio che criticare (poi). O, se volete l’espressione aulica, chiedeteci interventi e pareri de iure condendo.
Poi, promettete pure quel che volete, abbondate in campagne aggressive o autoreferenziali. Ma almeno, quando poi si tratta di fare sul serio e le varie promesse (per loro natura, in fondo, sempre fumose e sensazionali) si annacquano nella materialità della realizzazione pratica e si scontrano con l’esigenza concreta, dateci un poco retta. Siamo sicuri che il Paese intero ne trarrebbe giovamento.
E se proprio non sapete da cosa cominciare, le pagine precedenti contengono il riassunto di un anno di proposte del nostro Centro Studi. Senza pretese si intende.
Un “buon lavoro” a tutti.

Preleva l’articolo completo in pdf