Senza filtro – I dati che, incredibilmente, gli Enti non usano e non si scambiano; siamo davvero “la terra dei cachi”?

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Andrea Asnaghi – Consulente del lavoro in Paderno Dugnano

 

Intelligence è una parola inglese che ha la medesima traduzione in italiano: intelligenza. Cioè perspicacia, capacità di comprendere ed analizzare (dal latino intellegere: capire o, andando a fondo dell’etimologia, saper leggere dentro, cioè non fermarsi all’apparenza delle cose). Nella accezione più estesa anglofona, intelligence ha anche il significato di investigazione, servizio di informazione, vigilanza, da ultimo spionaggio (vedi CIA, Central Intelligence Agency).

La capacità di raccogliere e comprendere il dato fenomenico, di scavarlo a fondo e ricavarne analisi ed informazioni correlate è dunque la comune radice etimologica dell’intelligenza e dell’intelligence (nell’accezione estesa di cui sopra). Come fanno le intelligence di cui sopra, la prima mossa è quella di disporre di una massa critica di dati ed informazioni utile ad operare le riflessioni e le proiezioni della propria investigazione.

L’attività di intelligence della nostra Pubblica Amministrazione è, invero, un po’ scarsina; affermazione – e qui ci limiteremo al campo del lavoro, che ci è proprio – gentile ed attenuata, se non eufemistica, in confronto alle ampie praterie di illegalità diffusa di cui molte volte abbiamo parlato in questa Rubrica ed in genere in questa Rivista. Non ci facciamo ingannare dai risultati che, talvolta in modo ridicolmente trionfalistico, vengono annualmente comunicati: quante di quelle ispezioni concluse esitano in veri recuperi? Quante assolvono la loro funzione (che sarebbe quella reale) di deterrenza dell’evasione e di ripristino della legalità? E soprattutto – domanda correlata alle precedenti – come si agisce in prevenzione? (La risposta alle prime domande è scontata: si vanno a colpire i pesci piccoli, che fanno numero ed hanno poca forza di resistenza: un po’ come dire che in una zona dominata da clan mafiosi si danno tante multe per divieto di sosta).

In particolare, “prevenzione” sembra purtroppo una parola dimenticata dalla P.A. benchè sia assolutamente strategica: andare a bussare sulla spalla di chi ha già evaso milioni di contribuzione o ha assommato milioni di sanzioni significa fare numeri che sono pura carta straccia; la moderna medicina parla molto più di prevenzione che di cura, ed in fondo lo capisce anche un bambino che bisogna arrivare “prima”.

Di fronte a tutto quanto sopra, l’obiezione ricorrente è che non ci sono i mezzi e le persone. Certamente bisogna prendere questa obiezione sul serio e potenziare tutto ciò che si può, e si deve, migliorare.

Tuttavia …

La nostra Pubblica Amministrazione (qui stiamo parlando di Inps, Inail, Ispettorati, Centri per l’impiego ed altri Enti previdenziali vari) è ricolma di dati ed informazioni, gentilmente offerti (a integrale costo loro) dalle aziende e dai loro Consulenti del lavoro. Ma di questi dati poco se ne fa, per due motivi:

– i dati non sono analizzati in modo sapiente (per tornare all’incipit di questo articolo, l’intelligence non è intelligente);

– ma soprattutto , e qui la cosa ha ancor più dell’incredibile, gli Enti non si scambiano i dati che hanno, non li incrociano, ognuno li tiene gelosamente per sé.

Io so che questa seconda cosa può apparire assurda ai non addetti ai lavori, ma posso confermarla per esperienza diretta avendo partecipato ad alcuni tavoli istituzionali in cui la cosa era evidente, finanche in modo imbarazzante. Del resto, se un importante funzionario Inps afferma durante un’intervista televisiva, giustificando la mancata condivisione delle informazioni, che “per scambiare i dati dell’istituto con l’Ispettorato del lavoro vi sono problemi di privacy che stiamo esaminando”, siamo davvero messi male (N.d.a. non so se anche a voi la frase suddetta suona come una dabbenaggine bella e buona).

Siccome tuttavia bisogna andare sul pratico, fornisco un piccolo esempio di dati che sottoposti al figliolo pre-adolescente dei miei vicini di casa sortirebbero reazioni e riflessioni maggiori di quelli che gli Enti non fanno (d’altronde, tutto è maggiore di zero). Nota bene: sono tutti casi pratici realmente avvenuti (constatati con i miei occhi), che ritengo di un’evidenza marchiana.

a) Cooperativa di trasporti che ha assunto circa 80 lavoratori (cioè tutta la sua forza lavoro) a part-time per due ore giornaliere (le stesse per tutti).

Ora, considerando che nell’hinterland milanese talvolta due ore non sono sufficienti neanche a fare un trasporto, come si può pensare di affidare un automezzo, con tutti i costi di gestione, solo per due ore e poi lasciarlo fermo? E, del resto, come vive una persona con un quarto dello stipendio, non eccelso, di autista?

Ovvio che tutto è possibile, ma mi concederete che qui siamo almeno nella categoria dell’altamente improbabile. Controlli? Zero.

b) E che dire se questo meccanismo va avanti per anni, ma ogni tanto cambia compagine amministrativa e trasborda tutto il suo personale in un’altra struttura cooperativa, di fatto identica alla precedente, lasciando la prima piena di debiti o quantomeno di scheletri nell’armadio? Con amministratori con nomi e residenze improbabili, mezzi affittati dal vero “padrone del vapore” (chiamasi amministratore di fatto), utili drenati in modi al limite del lecito e nuovi scheletri negli armadi?

Che è ciò che fanno molte società (cooperative o non, anche affiliate alle c.d. centrali cooperative”), con sequela di nomi visibilmente di richiamo (da “Alba” a “Nuova Alba”, poi “Aurora Service”, poi “Nuova Aurora”, poi “Aurora international”, poi “Aurora 2000”, poi “Aurora 3000”1 e così via con tutti i nomi e le variabili del mattino presto, mentre dal punto di vista della legalità siamo nel pieno tramonto) e apertura chiusura ogni due-tre anni per evitare i controlli e seppellire gli scheletri insieme con la società abbandonata.

Possibile che a nessuno venga mai in mente di andare ad esaminarle per tempo?

c) Se un importantissimo Centro per l’impiego del Centro Italia riceve una comunicazione (UniLav) di distacco per circa 20 lavoratori a progetto (sic!) con mansioni denunciate di “collaboratore edile” presso un cantiere, possibile che a nessuno sia venuto in mente di porsi qualche domanda sulla effettività dell’autonomia di questi lavoratori (e, già che ci siamo, sulla liceità del distacco)?

d) Se una ditta assume 30-40 lavoratori e li distacca sistematicamente un giorno dopo l’assunzione verso due o tre ditte facenti parte del medesimo gruppo industriale, non starà forse facendo una somministrazione illecita?

e) Se una (una? mille!) società, cooperativa o meno, ed un Consorzio hanno un sito internet in cui offrono manodopera di ogni genere e secondo le esigenze del caso, a costi irrisori propagandati sul sito, perché qualcuno (Inps, Inail, Centro Impiego, Ispettorato) non rileva con sospetto movimentazione di personale anomala, imponibili sotto la soglia del Ccnl, dichiarazione di attività le più svariate, deposito di regolamenti (in caso di coop) ad altissimo coefficiente di illegalità ed elusione? Sono tutti dati che hanno, anche in chiaro, ma non usano.

f) Se un’importante Università del Nord-est certifica un numero imprecisato (ma altissimo) di contratti a progetto per colf provenienti da paesi dell’Est (per un esotico progetto di “organizzazione di assistenza a domicilio”) , che altro non fanno che agire come colf-badanti per famiglie del territorio, sotto l’egida di una molto ipotetica onlus (altro tema elusivo), possibile che a nessuno degli Enti riceventi la notizia di certificazione venga in mente di formulare osservazioni (art. 78 co. 2 del D.lgs. n. 276/2003) al riguardo?

g) E non viene alcun dubbio di presa in giro se un’azienda estera dichiara (con Unilav distacco) sistematicamente di occupare personale “regolarmente” assunto in Paese straniero, anche se tale personale abita e risiede da diversi anni in Italia, tanto che i figli frequentano regolarmente le scuole pubbliche?

h) Cosa pensare se una cooperativa di dimensioni mastodontiche, già segnalata ed indagata più volte per somministrazione illecita, diventa destinataria di un’autorizzazione alla somministrazione perché “tutte le carte erano a posto”? Non vi sembra di essere al Campionato del mondo di … paraocchi?

i) E come è possibile che non vi sia alcun filtro su compensazioni impossibili in F24 di crediti da 730 in una ditta di medie dimensioni con un totale di crediti che neanche la FCA realizzerebbe? A nessuno sorge un dubbio? Filtri logici, sapete cosa sono?

L’elenco potrebbe andare avanti per molte pagine, davvero, ma ci interessa chiudere con questa affermazione: l’illegalità dilaga perché a fronte di una mole enorme (per quantità e per assurdità) di dati come quelli sopra esposti (talmente incongruenti da far venire i sospetti anche in un fanciullino), nessuno pensa, analizza, scambia questi dati per intercettare soprattutto le medie/grosse evasioni e violazioni.

La gran parte delle risorse ispettive viene infatti impiegata:

– in ispezioni “a vista” con l’impiego di due o tre, talvolta anche quattro ispettori, in casi in cui grottescamente a volte vi sono più ispettori che lavoratori; inutile dire che tali accertamenti si concentrano su soggetti di piccole dimensioni, più facili da aggredire (e magari con ispezioni che assurdamente durano comunque mesi); una modalità di ispezione vecchia di cent’anni (e c’è pure un certo numero di ispettori che dopo dieci anni si sente ancora depotenziato perché “non ci sono più i libri matricola”);

– in attività formali di poco impatto: possibile che non si trovi il modo di diversamente organizzare le dimissioni delle lavoratrici madri o convolate a giuste nozze? (anche perché, nel caso di frequenti dimissioni nella stessa ditta, a nessuno viene in mente di fare un monitoraggio storico o statistico ed andare a controllare cosa non va, eventualmente, in quella ditta …);

– in verifiche non di rado generate da dati sporchi ed inesatti degli archivi degli Istituti (lo scopo della visita è quello di sistemare gli archivi).

Per concludere, sicuramente nella Storia siamo stati un “popolo di santi, poeti e navigatori”, ma oggi all’occhio distaccato e neutrale di un qualsiasi osservatore esterno (e anche interno) rischiamo soprattutto di apparire come un mercato del lavoro in cui si può spesso e volentieri e a lungo fare ciò che si vuole.

O, come cantavano Elio e Storie Tese a Sanremo, la terra dei cachi.

Altro che intelligence: un Paese di idioti.

1 NB. I nomi utilizzati nell’articolo sono di pura fantasia e non si riferiscono a soggetti reali che tali nomi possono aver effettivamente utilizzato.

 

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